Area: Parigi-Lisbona (1996, registrato 1976)

recensione
Correva la fine degli anni Novanta, mentre il mercato discografico aveva sempre meno da proporre e ancor meno da pubblicare, gli scaffali dei mediastore e i cestoni degli autogrill si riempivano di merce anomala
Di solito CD e DVD dal packaging convincente e dal prezzo ancor più attraente, ma che contenevano in realtà materiale di dubbia provenienza: video riversati da VHS, prese audio di fortuna, o comunque scarti e provini rinnegati dagli stessi protagonisti. 
Operazioni spesso giustificate come ”rivalutazioni culturali” ma che di culturale non avevano niente. Anzi, alcune facevano talmente pena da far rimpiangere certi bootlegs in vinile di gloriosa memoria che un senso almeno ce l’avevano 

Eppure, in un contesto così sfacciatamente mercantile, qualcuno che investì tempo e denaro per riportare alla luce con passione e competenza testimonianze inedite della storia del rock ci fu sul serio, specie per restituire quanto ancora ignoto del Prog Italiano: imprenditori seri ed onesti che ci hanno trasmesso importanti frammenti sonori e visuali altrimenti perduti o hanno prodotto Cd e Dvd dalla valenza straordinaria. E scusate se non faccio nomi.

Comunque sia, tornando alla fine degli anni Novanta, una delle migliori proposte che mi capitò sotttomano fu Parigi-Lisbona: compendio live della mini-tournèe europea che gli Area tennero nel 1976 poco prima di registrare Maledetti. Nello specifico, alla Fête de l'Humanité di Parigi e al Festival do Avante tenutosi a Lisbona nel periodo in cui gli eredi di Fernando Pessoa approvavano la loro nuova Costituzione. 

festival do avante
Il Cd invero non era tecnicamente un granché: foto di copertina ricavata da uno scatto del 73, poche informazioni, qualità sonora prescindibile, forse qualche editing di troppo, ma questa volta il famigerato ”recupero culturale” riuscì in pieno
Al di là di Are(a)zione e di qualche registrazione come quella del Lambro 76 infatti, le pubblicazioni non-postume degli Area dal vivo furono decisamente poche, probabilmente perchè il gruppo teneva una mole di concerti talmente imponente (200 nel solo 1975) che la Cramps ritenne inutile andare oltre un solo live. 

Ciò che però mi colpì maggiormente di questo Parigi-Lisbona, non fu solo la consueta abilità dei musicisti che traspariva persino da un audio mediocre, ma la loro scioltezza nel conquistarsi le platee internazionali. Ad esempio quella di Parigi alla quale Demetrio illustrò i brani in lingua locale e che venne letteralmente ipnotizzata da una sconcertante versione di Lobotomia. 

Altra perla del disco, se non proprio il suo momento clou, fu l’intro della vivace presentatrice portoghese che lanciò la serata con una consapevolezza magistrale. L’ovvio sospetto è quello che stesse leggendo un testo promozionale della Cramps, ma se invece lo avesse redatto lei avrebbe dato una prova di una lucidità storica davvero sorprendente. In più, con una perfetta pronuncia italiana dei componenti della band.

Area Parigi Lisbona“È già tutto pronto! Acora una volta la presenza dell’Italia con il gruppo Area. E in questa meravigliosa serata vale la pena presentarli. 

Ma prima vorrei ricordare che secondo il gruppo Area, composto da cinque uomnini italiani provenienti da ambienti professionali molto diversi, la musica jazz sta oggi perdendo molte delle sue caratteristiche di composizione, di attualità e di comunicazione. 

Per questo il gruppo ha intrapreso una strada molto avanzata, tentando di sorpassare ciò che separa il jazz dalla musica pop. Il suo obiettivo è stabilire un contatto il più possibile diretto col pubblico senza compromettere le sue caratteristiche essenziali. 

E ora vorrei presntarvi uno ad uno i componenti del gruppo: Giulio Capiozzo: batteria. Giulio alla batteria! Patrizio Fariselli: piano e clarinetto. Demetrio Stratos: voce e organo. Ares Tavolazzi: contrabbasso, basso elettrico e trombone. E infine, Paolo Tofani: chitarra elettrica e sintetizzatore. 

Il primo pezzo in scaletta è Il lavoro rende liberi. Questa frase era scritta sulle pareti dei campi di concentramento nazisti e mantiene ancora oggi la sua forza e il suo significato. Nella città di Milano che è un campo di battaglia permanente nella lotta di classe, la frase Il lavoro rende liberi persiste come un simbolo contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo.” 

Così, a distanza di due anni dalla fine della dittatura di Marcelo Caetano, i ragazzi regalarono al pubblico lusitano e alla loro splendida presentatrice un concerto da mille e una notte, concluso come giusto dalle note dell’Internazionale davanti a una platea entusiasta. Anzi, talmente infervorata che per qualche mese, nelle classifiche di vendita portoghesi, sarebbero stati secondi solo ai Pink Floyd.

E' in edicola VINILE N°3

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Cos'era il "Tefifon" e chi era Francesco Logoluso, anche noto come il bagnino di Ivano Fossati?

Eccezionale monografia di Alberto Radius, la discografia dei Litfiba ai tempi d'oro e un intervista al critico militante Luigi Manconi.

Ciliegina sulla torta: uno special di ben 20 pagine sul Parco Lambro e sulle Radio Llibere curato dal vostro JJ John, da Maurizio Becker, e strabordante di fotografie inedite scattate da Enrico Scuro.

Infine: tutto, ma proprio tutto sulla discografia degli Who!

Insomma: un altro numero imperdibile.
Buona lettura a tutti.

JJ

Banco Del Mutuo Soccorso (1972)

banco del mutuo soccorso 1972Siamo alla fine del 1968: unl giovane tastierista di Marino (RM) Vittorio Nocenzi ottiene un'audizione presso la RCA, grazie all'intercessione della popolare cantante Gabriella Ferri con la quale aveva già collaborato in precedenza.

Non vuole presentarsi da solo però. 

Per via della nota ostilità delle discografiche ad accogliere cantanti solisti, fa credere alla major di essere il leader di una grande e consolidata band.
"Bene, presentati col tuo gruppo, allora!", gli viene detto.
Il gruppo però esiste solo nella testa di Nocenzi e, per non far saltare il provino, il diciassettene tastierista assembla una formazione qualsiasi, con l'aiuto di amici e parenti.

All'appello si presentano il fratello Gianni,
il bassista Fabrizio Falco, il batterista Mario Achilli - già insieme a Vittorio nei Crash -, e Gianfranco Colletta dei disciolti Chetro & Co.La formazione prende il nome di "Banco del mutuo soccorso" (probabilmente per evocare questa iniziale campagna di solidarietà)
Il provino va a buon fine, e il quintetto comincia a lavorare, producendo una cospicua dose di materiale e incidendo tre brani nella musicassetta "Sound '70".

Dopo diversi assestamenti, in cui ruotano intorno al nucleo dei Nocenzi anche anche Claudio Falco (fratello di Fabrizio), Franco Pontecorvi e - si dice - Leonardo Sasso (futuro Locanda delle Fate), il gruppo partecipa al secondo Festival Pop di Caracalla nel 1971, reclutando infine gli
ex "Esperienze" Francesco Di Giacomo, Renato D'Angelo, Pierluigi Calderoni e il chitarrista dei Fiori di Campo Marcello Todaro, e definendo così la sua formazione storica. 
 

banco del mutuo soccorso salvadanaio 1972Risolti i rapporti con la RCA, il gruppo migra a Milano dove comincia a farsi notare "nel giro", calcando tra l'altro i palcoscenici dello storico locale "Carta Vetrata" (Bollate) e del "Nautilus" di Cardano al Campo.

Notati dal produttore Sergio Colombini che li porterà alla Ricordi, il sestetto inizia così una nuova avventura discografica, che inizia nella primavera del '72 con un capolavoro del Prog Italiano: "Banco del mutuo soccorso", album noto anche come "salvadanaio" per via della sofisticatissima copertina fustellata su un disegno di Mimmo Melino.



Musicalmente il disco è straordinario tanto che "In Volo" sembra essere una delle migliori delle possibili opening tracks della storia del progressivo italiano: una sorta di breve respiro psichedelico, misto a sottili avvisaglie prog che troveranno conferma sin già dal brano successivo. Insomma: "Ciò che si vede, è!".

In "R.i.P." poi,  l'impostazione del sound del BMS si rivela in tutta la sua maestosità e poesia: superbe galoppate ritmiche supportano una vocalità limpida e decisa, che esalta chiaramente ogni raffinatezza dei testi, incentrati sugli orrori della guerra.

banco del mutuo soccorso 04Ogni strumento prende posto nello spettro sonoro senza alcuna prevalenza, e questo, malgrado il potenziale ingombro timbrico delle doppie tastiere. 
I virtuosismi personali sono relativamente limitati e conferiscono al lavoro un groove solido e omogeneo.

La voce di voce di "Big" Di Giacomo arriva e si ritrae come un'onda alternando momenti di calibrata prepotenza a dinamiche più sottili.
Per esempio, nel brevissimo "Intermezzo", questa sembra affievolirsi in un momentaneo commiato, ma si fa desiderare nelle vulcaniche parti strumentali di "Metamorfosi": vero e proprio pezzo di bravura del gruppo.

Largamente impostato su sonorità rock, "Metamorfosi" è una magistrale dimostrazione di equilibrio e abilità in cui il "Banco" attesta sia la sua completa indipendenza da schemi precostituiti di stampo anglosassone, sia la sua capacità di sfruttare al meglio la sua peculiarità di "primo gruppo mediterraneo a due tastiere complementari".
Il resto, è una ritmica selvaggia su cui si appoggiano all'occorrenza i contrappunti e le varie sonorità delle chitarre di Todaro.



francesco di giacomoIn "Metamorfosi", si badi bene, non c'è barocchismo esasperato: rock, psichedelia e citazioni classiche si mescolano in un kernel saldo e inamovibile. E solo dopo 8 lunghi minuti torna la voce ad introdurre, in un potente finale, quella che sarà la suite memorabile del disco: la chilometrica "Il giardino del mago" (18 minuti e mezzo).

Nel "Giardino", la band sperimenta tutte le sue potenzialità narrative sviluppando con equilibrio diverse varianti sinfoniche del tema principale. Nel rifiuto di qualsiasi ovvietà melodica, momenti molto tesi e soavi si alternano a movimenti di rock sinfonico alternati con breaks dal vago sapore psichedelico, classico o addirittura spaziale.
Il finale del brano, è un rock progressivo puro che sfocia nel brano conclusivo "Traccia": giusta sintesi di barocco, rock duro e radicale mediterraneità.

Più aggressivo della PFM, il Banco del Mutuo Soccorso offre con questo suo primo lavoro un biglietto da visita difficilmente ignorabile, se non altro per la sua mirabile sintesi di stili precostituiti e inventiva propria
Acclamato da ogni frangia dell'underground, raggiungerà vette commerciali notevoli e spianerà una luminosa carriera al gruppo.

Dovendo trovarvi dei difetti, si rimane veramente in difficoltà. Forse l'eccessiva tendenza ad esasperare o "dinamizzare" certi passaggi potrebbe essere motivo di critica, esattamente così come l'aulicità dei testi, ma sono quisquilie.
L'album del "salvadanaio" è semplicemente perfetto.


BANCO DELMUTUO SOCCORSO - Discografia 1972 - 1978:
1972: BANCO DELMUTUO SOCCORSO
1972: DARWIN
1973: IO SONO NATO LIBERO
1975: BANCO (english)
1976: GAROFANO ROSSO
1976: COME IN UN'ULTIMA CENA
1978: DI TERRA

Procession: Fiaba (1974)

procession fiaba 01INTERVIENE NEI COMMENTS PINO TUCCIMEI, PRODUTTORE DI FIABA. GRAZIE PINO.


Dopo un esordio coraggioso, ma poeticamente debole, i Procession attraversano un periodo di stasi dovuto principalmente al fallimento della loro discografica, la "Help", di cui furono gli ultimi protagonisti a 33 giri.

In più, a causa delle modeste vendite del primo lavoro e i alcuni problemi dovuti alla chiamata di leva, il gruppo subisce anche un rimpasto che lascerà intatti solo i 2/5 della band originale.
Se ne vanno prima il chitarrista Marcello Capra e il bassista Angelo Girardi partiti a militare e poi il batterista Giancarlo Capello per lasciar spazio a Maurizio Gianotti (sax e flauto) e Paolo D'Angelo (basso).
A questi, si aggiungerà infine il batterista Francesco Froggio Francica, ex Raccomandata con Ricevuta di Ritorno, riportando la band all'originale assetto a cinque.

Rimasti fedeli al produttore Pino Tuccimei, i rinnovati Procession approdano alla Fonit-Cetra che li convoca per incidere il loro secondo album negli studi di Via Bertola a Torino.
Dopo quasi due mesi tra prove e registrazioni, esce così nel 1974 "Fiaba": sei brani di altrettanti minuti l'uno composti prevalentemente da Roby Munciguerra che se da un lato ricordano molto le atmosfere di "Frontiera", dall'altro non le ammantano con problematiche superiori alle capacità narrative di Marina Comin, che comunque anche in questo caso rimane autrice di tutti i testi.

E questa volta, c'è da dire che la dimensione fiabesca che avvolge il disco, non solo calza meglio alla sognante poetica dei testi, ma anche al sound del gruppo che risulta molto più morbido e organico.
La stessa copertina non richiama più i duri simboli di un dramma storico (la valigia dell'emigrato in "Frontiera") ma fantasiosi simboli araldici e,nella copertina interna, un pittoresco castello al quale stanno simbolicamente confluendo sia musicisti di estrazione classica, sia giovani musicisti Pop.


procession fiaba 02A suggellare il nuovo corso della loro carriera, i Procession chiamano a se anche tre ospiti di grande prestigio.
L'ex cantante-percussionista dei Circus 2000 Silvana Aliotta e il tastierista dei Delirium Ettore Vigo che apportano il loro contributo al brano "C'era una volta", e il tastierista Franco Fernandez che suona invece in "Un mondo sprecato" e "Fiaba".

Considerato unanimemente il lavoro migliore del gruppo torinese, "Fiaba" si apre con un'intensa galoppata di percussioni sulla quale intervengono gradualmente tutti gli strumenti definendo in poche misure il groove generale del disco: un piacevole Prog molto più acustico che elettrico, con grandi concessioni al Jazz-Fusion, specie nell'uso dei fiati.

La parti più rock sono affidate alla chitarra elettrica di Roby Munciguerra che, specie nel primo brano "Uomini di vento" fornisce un ottimo biglietto da visita delle sue capacità, mentre il lato più morbido è rappresentato dal flauto di Maurizio Gianotti che contrappunta delicatamente il tessuto armonico con tanto di raddoppio sulle note.
Estremamente efficaci anche gli interventi del sax che, specialmente nell'attacco di "C'era una volta", raggiungono un raro livello di efficacia e di bellezza pur pagando un debito forse eccessivo al turnista dei Pink Floyd Dick Parry. Anche in questo caso però, ci pensa il raddoppio sul finale a personalizzare dignitosamente l'assolo.
procession fiaba 03Sempre nello stesso brano, il pur ottimo contributo di Silvana Aliotta che in quello stesso periodo, aveva appena pubblicato il suo primo ottimo singolo "Madre", è davvero troppo accostabile alla Claire Torry di "The great gig in the sky".

Vero e proprio marchio di fabbrica dei Procession è infine la splendida voce di Gianfranco Gaza, il cui registro alto e potente, svetta per esempio in "Notturno" grazie a un bel duetto col mellotron che evidenzia anche l'accurata ricerca di particolari sonorità di cui è intriso tutto il long playing.

Chiudono il tutto "Il volo della paura" (la cui introduzione ricorda la prima "Era di Acquario") e un finale molto morbido che si commiata dall'ascoltatore nella più coerente delle maniere possibili.

In sostanza, davvero un bel lavoro che però, malgrado i grossi sforzi promozionali dal vivo (in cui alla batteria compariva invece Roberto Balocco degli ex-Capsicum Red), non riuscì a decollare commercialmente, provocando lo scioglimento dei Procession che si riformeranno grazie al solo Munciguerra ben 32 anni dopo.

Gianfranco Gaza entrerà negli Arti e Mestieri nel 1975, Marcello Capra collaborerà con Enzo Maolucci e successivamente con Tito Schipa Jr in "Concerto per un Primo Amore" e infine Giannotti si rifarà vivo nel 1979 con l'album "No Speed" dei torinesi "Combo Jazz".
Comunque, a parte quei miglioramenti che avrebbero potuto portare la band a un terzo lavoro, era evidente che le sonorità semiacustiche e il linguaggio aulico di Fiaba non corrispondesse più alle necessità di un mondo giovanile alle porte di una crisi esistenziale.


COLLEZIONISMI: Fiaba è un disco molto raro che è stato proposto a circa 400 euro sino al 2007.
Dopodichè, le sue apparizioni sul mercato si sono diradate sempre di più al punto di riapparire nel 2011 alla cifra di 1.500 euro, prezzo a cui viene tuttora proposto in condizioni Mint sia in rete che nelle conventions.

Metamorfosi: Inferno (1973)

metamorfosi inferno  01"Era inverno", direbbero le Orme.
Nei negozi di tutta Italia usciva il secondo lavoro dei Metamorfosi.

Non so bene cosa si fossero aspettati i fans degli ex "Frammenti" dopo un esordio così imperniato su musiche beat-cattoliche ma di sicuro, non un album come quello che uscì il 30 gennaio1973.


Di fatto, già dalla meravigliosa copertina della "Gamma Film" di Roberto Gavioli (quella di "Mammut, Babbut, e Fliut,", "Cimabue" e il "Vigile Concilia") si intuiva che qualcosa era cambiato: non più figure bibliche ma scenari infernali, non più luminose canzoni impostate sulla gioia di vivere e di credere, ma cupi racconti tratti dall'Inferno di Dante.

Anche la line up della band era cambiata: il chitarrista Luciano Tamburro se n'era andato senza essere più sostituito e, nella sezione ritmica, il batterista Mario Natali aveva lasciato il posto all'inquieto congolese Gianluca Herygers ("Bravo, ma pazzo", mi confidò personalmente Jimmy).
I Metamorfosi si erano dunque assestati a quartetto ma, pur avendo mantenuto inalterati i 3/4 della vecchia formazione, avevano rivoluzionato completamente sia la loro immagine sia, come vedremo, il loro sound.
"Inferno" è di fatto un concept album a totale spessore Prog. Una vulcanica suite di 16 brevi movimenti in cui vengono messi all'indice i protagonisti dei mali della società (spacciatori, avari, razzisti, politici ecc), attualizzando il modello proposto nella Divina Commedia di Dante.

La spiritualità del gruppo passa dalla primigenia magnificazione di una Fede ultraterrena, alla concreta denuncia di quei soggetti che stanno corrodendo il mondo civile, dimostrando così non solo una sopraggiunta maturità artistica e intellettuale, ma anche l'assunzione di una coscienza comunicativa perfettamente al passo coi tempi.
Lo stesso sound del disco, non ha più nulla di "E fu il sesto giorno".metamorfosi 02Pur sempre condito da citazioni mistiche, "Inferno" è un granitico incedere tra diversi scenari tematici, tutti perfettamente coesi da un ordito musicale solido e variegato e supportato da una voce di rara potenza ed incisività.
Ognuno degli episodi che compongono l'album ha una propria personalità ben definita e si aggancia quelli contigui formando una scaletta di straordinaria bellezza.

Le tastiere di Enrico Olivieri (Elka personalizzato, Hammond C3 e Piano) sono l'elemento armonizzante di un groove che alterna sapientemente brani maestosi ("Introduzione", "Caronte") ad atmosfere cupe e gotiche ("Violenti" "Spacciatore di droga") , raggiungendo a tratti picchi di struggente passionalità ("Lussuriosi").

La tensione narrativa non conosce flessioni e, restituisce un Prog Rock, per molti versi allineabile a quello dei più blasonati colleghi d'oltremanica.
La possente voce di Spitaleri raggiunge qui uno dei suoi tanti vertici interpretativi e la sezione ritmica Turbitosi - Herygers da quanto di meglio si potesse chiedere ad un'opera di questa caratura.
Anche se inficiato da un leggero pietismo poetico (che comunque era nella perfetta norma per quei tempi quale eredità dell'Underground), "Inferno " è da considerarsi un monolite del Prog Italiano per classe compositiva, strumentale e tecnica.

metamorfosi 03Capolavoro nel suo genere, ed estremamente ricercato dai collezionisti di tutto il mondo (tanto da essere stato uno degli album più falsificati del pianeta), il disco ebbe anche un discreto riscontro commerciale vendendo, si dice, circa 10.000 copie. Difetti? Si ce ne sono, ma non certamente imputabili alle capacità tecniche del gruppo.
Come capitò a molte formazioni minori che trattavano temi "epici" e "mistici", anche i Metamorfosi furono accusati di prendersi un po' "troppo sul serio" rispetto alla loro visibilità e per questo, apparvero a molti "supponenti" ed "eccessivi".

In questo senso, le numerose apparizioni nei vari Festival Pop, pur se arricchite da trovate sceniche mai banali ed un grande impatto teatrale, non riuscirono a tradurre la qualità del loro operato in termini di sopravvivenza commerciale e questo forse, anche a causa della fortissima concorrenza da cui rimasero inevitabilmente schiacciati.

Scioltisi poco dopo la pubblicazione di Inferno, i Metamorfosi si riformeranno negli anni '90 per dar vita al sequel del loro capolavoro, "Paradiso": ancora con nuove idee e sempre sorprendendo il pubblico con il loro grande cuore Rock.


METAMORFOSI - Discografia 1972 - 1975:
1972: E FU IL SESTO GIORNO
1973: INFERNO
2004: PARADISO

Le Stelle di Mario Schifano: Dedicato a... (1967)

le stelle di mario schifanoIl quartetto "Le Stelle", si forma in Veneto nel 1967 dall'incontro dell'ultimo bassista dei Giacobini e dei New Dada Giandomenico Crescentini con il chitarrista Urbano Orlandi, i quali reclutano a loro volta il tastierista Nello Marini (ex Wretched poi nei Venetian Power) e il batterista alessandrino Sandro Cerra.

Stabilitisi a Roma, i quattro vengono introdotti da un vecchio amico di Orlandi Ettore Rosboch al trentatreenne artista Mario Schifano, all'epoca nella sua più intensa fase lisergica e cinematografica ed interessato a implementare in Italia quel discorso psichedelico-multimediale tipico della Pop Art che già seguiva dal 1962.

La sinergia artistica col maestro funziona e i quattro musicisti vengono scritturati per un primo concerto nel settembre del '67 nel Teatro capitolino di Via Belsiana (gestito da Alberto Moravia e Dacia Maraini) in cui, sotto il nuovo nome di "Le Stelle di Mario Schifano", eseguono brani propri mentre su di loro vengono proiettate immagini dal film "Anna Carini in agosto vista dalle farfalle" dove per intenderci Anna Carini era la ragazza di Schifano, nonchè conduttrice con Giancarlo Guardabassi del noto programma radiofonico "Countdown".

L'impatto di critica è notevole e Schifano programma una seconda data romana al Piper che, come vederemo, si terrà effettivamente il 28 dicembre del 1967.
Nel contempo "Le Stelle" migrano a Torino, sia per tenere una serie di concerti al Club Perla, sia per registrare al "Fono Folk Stereostudio" quello che sarà il loro primo ed unico lavoro su vinile: "Dedicato a…", inciso per la minuscola discografica milanese BDS (costola dell'Ariston) e pubblicato nel Novembre 1967 in circa 500 copie (ma la cifra esatta non è nota), di cui si racconta che le prime 50 fossero in vinile rosso, anche se in realtà oggi sappiamo che furono molte di più.
Terminata l'esperienza torinese, il gruppo torna a Roma per presenziare a quello che sarà il primo grande happening della musica psichedelica Italiana: "Grande angolo, sogni e stelle" (28/12/1967) con musica live, proiezioni miste su quattro schermi panoramici e ospiti di prestigio tra cui l'assistente di Andy Warhol, Gerard Malanga, che di lì a poco avrebbe fondato "Interview".
dedicato a... 1967Purtroppo, la risonanza dello spettacolo non aiutò molto la carriera delle "Stelle", sia per un sopraggiunto disinteresse di Schifano nel proseguire quel filone artistico, sia per irreversibili tensioni interne al gruppo che si scioglierà l'anno successivo dopo un 45 di scarso successo.
Il solo Nello Marini proseguirà la carriera a partire dal collettivo dei Venetian Power.
"Dedicato a…" è oggi uno dei vinili più rari che esistano in Italia.
Praticamente sconosciuto prima di essere stato ristampato (spesso male e con la grafica scorretta o troppo ritoccata) e rivalutato dal fenomeno delle "Conventions ", le sue quotazioni oscillano oggi anche oltre i 3.500 a euro per una copia mint in vinile nero.

Comunque, al di là delle iperquotazioni, la rarità di questo pezzo da museo ha motivazioni certamente plausibili.
Per prima cosa, il prezzo di vendita originale sembra oscillasse dalle 2.500 lire nei negozi a circa 40.000 lire nelle gallerie d'arte (quindi l'edizione contenente le litografie numerate dell'artista romano) , cifra proibitiva per la maggior parte del mercato giovanile (un prodotto "borghese", insomma). La scarsa distribuzione fece poi il resto.
Secondo: fu un irripetuto esempio di psichedelia italiana ante-litteram che, sia per la sontuosa veste grafica concepita da Schifano in persona, sia per l'estrema trasversalità della musica, venne percepito più come un prezioso oggetto d'arte che non come un comune disco in vendita nei normali circuiti commerciali.
Musicalmente, il groove del disco si divide in due parti distinte.
La prima facciata è occupata dalla una lunga improvvisazione surreale "Le ultime parole di Brandimante…" (17' ca.) che ben riflette quelle che dovevano essere le performances del gruppo.
stelle di mario schifanoLa timbrica è aggressiva e molto più vicina all'avanguardia pura che non al rock psichedelico, con un trasporto emotivo che aumenta man mano che ci si avvicina al finale (che viene ironicamente contaminato con la sigla televisiva RAI della "Fine delle trasmissioni").

Tecnicamente altalenante, l'esecuzione è finalizzata a creare un trasporto emotivo piuttosto che musicale ed è sicuramente un esempio più unico che raro nell'Italia degli anni '60.
Meno stridente è invece il secondo lato che presenta momenti di
psichedelìa più strutturata, tra cui l'affascinante "Molto Alto" e la Velvetiana "Susan Song": sicuramente la canzone meglio arrangiata del disco.
Successivamente, si procede senza infamia e senza lode con "
E dopo" e "Intervallo", mentre spicca per fascino l'arabeggiante finale "Molto Lontano (a colori)".

Molto trasgressivo ma all'epoca commercialmente poco recepito, "
Dedicato a…" resta un tassello prezioso e deviato rispetto al resto del Beat.
La sua rivalutazione
ex-post lo ha portato oggi ad essere considerato un album "seminale", anche malgrado un lungo oblìo durato oltre vent'anni.
Dargli un peso eccessivo equivarrebbe ad osare sul terreno del
revisionismo, ma sarebbe un crimine trascurare il suo innegabile valore artistico e testimoniale.
Un capolavoro da aprezzare e assolutamente da non perdere.

PS: "Susan song" non vi ricorda qualcosa delle Orme?

Balletto di Bronzo: Ys (1972)

balletto di bronzo ys 1972CAPOLAVORO DEL PROG ITALIANO.
L'ULTIMO UOMO PRIMA DELL'APOCALISSE.

A distanza di due anni dal disco d'esordio "Sirio 2222", i napoletani Balletto di Bronzo subiscono una vera e propria trasfigurazione fisica e stilistica.

Protagonista: il tastierista Gianni Leone, detto LeoNero proveniente dal primo nucleo dei dissolti Città Frontale.
La trasformazione è radicale, e accanto allo stesso Leone, subentra anche il bassista Vito Manzari (ex "Quelle strane cose che") al posto dei più discreti Michele Cupaiuolo e Marco Cecioni.

Leone ha le idee chiare, la strumentazione adeguata, e un carisma talmente preponderante da traghettare tutto il sound del gruppo dal post-beat psichedelico degli esordi al Prog più radicale.

Persino la primigenia discografica RCA, spaventata dal nuovo corso della band, la cede volentieri alla Polydor che nel frattempo si sta interessando sempre di più al nuovo Pop d'avanguardia (Latte e Miele, Mauro Pelosi, Bill Gray dei Trip) e non lesina nella produzione del quartetto napoletano: copertina sontuosa con tanto di libretto interno, mixaggio molto sofisticato ad opera del noto fonico Gaetano Ria, e collaboratori di prestigio tra cui il M° Mariano Detto del Clan Celentano.


Nota curiosa: tra le quattro coriste di studio, spicca anche una tale Giusy Romeo (poi Giuni Russo) destinata dieci anni più tardi a una brillante carriera solista.

 balletto di bronzo ys 02 
Il nuovo parto del Balletto s'intitola "Ys" e già dal concetto di base si intuisce che si tratta di un lavoro ambizioso e trascendentale.
Il racconto descrive gli incontri dell'ultimo uomo sopravvissuto sulla terra prima dell'apocalisse con tre personaggi: una figura straziata e agonizzante, il Cristo e probabilmente, la stessa figura della Morte.


Ad ispirare il tutto, la mitica città Bretone di Ys sulla baia di Finisterre, sommersa dall'Oceano Atlantico nel 444 a.C. per colpa, si dice, dell'imprudenza della giovane principessa Dahout che ne spalancò inopinatamente le chiuse esponendo la città alla marea devastatrice (una versione "ante litteram" del disastro di Chernobil, se vogliamo).


Al di la della teoria però, ciò che consegnò questo disco alla storia, fu la sua rivoluzionaria architettura musicale che, pur se omogenea e rigorosa in senso classico, presentava un groove talmente destrutturato da rendere tutta l'opera assolutamente esclusiva per l'Italia del 1972 .

L'assenza di melodia è totale. Le voci iniziali, da cupe e funeree, sfociano in complesse polifonie su un tappeto di tastiere dissonanti e preziose cesellature di chitarra che sembrano prese in prestito dal miglior Robert Fripp.
La ritmica è un incessante accavallarsi di sincopi e di tempi dispari.
Persino i cori, che nell'accezione classica dovrebbero armonizzare la melodia, vengono invece utilizzati per confonderla e disarticolarla.

Il disco alterna momenti elettronici ad atmosfere hard jazz in un continuum di evocazioni, allucinazioni armoniche, sequenze multiritmiche, citazioni barocche e narrazioni cantate. In altre parole: rock progressivo allo stato puro.
Ogni singolo movimento, viene frammentato in più passaggi (che si sviluppano anche nell'arco di pochi secondi) che denotano non solo un'impressionante fantasia compositiva, ma anche una straordinaria abilità di assemblaggio.

balletto di bronzo ys 03Le sonorità sono costantemente diversificate dall'artiglieria di tastiere di Gianni Leone.
L'epilogo che descrive l'apocalisse è un incrocio tra Bach e i Quartieri Spagnoli: quasi troppo bello per essere descritto, e forse altrettanto difficile per essere apprezzato. 


Purtroppo, Ys fu "apocalittico" non solo nella sua forma artistica, ma anche per lo stesso Balletto di Bronzo che cessò di esistere poco dopo: sopraffatto da dissidi interni, da una vita sregolata, e soprattutto, deluso dalla sostanziale incomprensione con cui venne accolto il loro capolavoro.

Personalmente non credo che "Ys" abbia influito più di tanto sul panorama Prog Italiano. Pur ammettendo che fu un'opera trasgressiva e unica nel suo genere, infatti, fu anche talmente magniloquente da risultare alfine più edonista che comunicativa.
Del resto,  la sola avanguardia, pur se spinta ai massimi livelli, non basta a restituire un percorso universalmente riconosciuto: ci vuole anche la comunicatività, e Ys, di sicuro, non ne aveva.


BALLETTO DI BRONZO - Discografia 1970 - 1972:
1970 - SIRIO 2222
1972: YS

Cervello: Melos (1973)

cervello melosStrettamente imparentato con gli Osanna per collocazione geografica e per la presenza di Corrado Rustici, fratello di Danilo, il quintetto dei Cervello nasce a Napoli verso la fine del 1972. 
 
Appena costituita, la neonata band si mette subito in evidenza in almeno quattro Festival Pop di una certa rilevanza: Palermo Pop, Nettuno Pop, Mestre e soprattutto al 3° Festival d'Avanguardia e Nuove Tendenze organizzato nella loro città natale. Qui, vengono presentati dagli stessi Osanna ed ottengono un ottimo riscontro di pubblico e critica. 

Anche se il paragone tra i due gruppi "compari" è quasi automatico, il Cervello riesce rapidamente a ritagliarsi una propria dimensione sonora raffinata ed originale che lo porta a firmare un contratto con la Dischi Ricordi.
Il risultato è un solo disco, "Melos", che pur non essendo quantitativamente molto per un gruppo così valido, rimane uno degli albums più sofisticati di tutto il Progressive Italiano (a partire dalla copertina in cui la scatola di pomodori si apre scoprendo la foto plastificata del gruppo).


In "Melos" si fondono in grande armonia e con grande perizia tecnica e compositiva, linee armoniche mediterranee, etniche, classiche, Prog, Rock e Jazz Rock e, malgrado il gran numero di stili a cui il gruppo fa riferimento, il risultato finale è straordinariamente omogeneo ed ognuno dei sette brani non ha cali di tono al punto di restituire un lavoro fluido e scorrevole.
 
Il sound, essenzialmente basato su voce, fiati, chitarre, cori e percussioni, sorprende sia per potenza ed incisività, sia per la sua pienezza timbrica che, detto per inciso, non si avvalse quasi mai dell'uso di tastiere: cosa davvero anomala per un gruppo dei primi anni '70.
E' avvincente dunque pensare che tutta la massa sonora che si ascolta, è il frutto di sole armonizzazioni tra voci e strumenti acustici con il solo ausilio della chitarra elettrica di Rustici: un capolavoro di arrangiamento, quindi.


cervello melos 02I tappeti sono affidati ai soli intrecci tra fiati (tutti e cinque i musicisti suonano il flauto) ed alle complesse alchimie vocali che, a poco a poco, diventano il leit-motiv dell'album.
Musicalmente "Melos" è severo e piuttosto esistenzialista. Non ha quasi traccia di quella giocosità napoletana che a volte emergeva negli Osanna: ogni nota è ponderata fino al dettaglio e perfettamente funzionale alla struttura del brano, la magnifica voce di Gianluigi di Franco (che richiama molto quella di Gianfranco Gaza dei Procession) si innesta con grande equilibrio nella composizione e, ancora più eccellente, è il lavoro di Corrado Rustici,ben palleggiato tra l'elettrico e l'acustico.

La fase dell'ascolto si apre con un autorevole biglietto da visita ("Canto del Capro") in cui il gruppo traccia tutte le linee guida del lavoro. Dopo un'introduzione eterea e sognante, si succedono citazioni vocali mutuate dalla tradizione greca (da cui il titolo dell'album), un complesso corale in tempi dispari e una lunga parentesi acustica che si elettrifica progressivamente sino alla fine del brano.


cervello melos 03L'uso della strumentazione e della ritmica, crescono poco a poco sino a completarsi definendo tutto il resto dell'Ellepì. Non mancano né gli stacchi acustici né i breaks corali ad impreziosire un lavoro già di per se straordinario.
Tra una sorpresa armonica e l'altra, il disco scivola senza incertezze fino al suo brano più completo, "Melos" in cui voce e vibrafono introducono cinque minuti grande intensità musicale.
Davvero difficile non rimanerne colpiti.

Trovare dei difetti in un album simile non è semplice: forse il finale un po' sospeso che non chiude perfettamente il lavoro, forse una certa ripetitività timbrica, forse l'eccessiva acusticità…

 
Sta di fatto che, tirate le somme, "Melos" non ebbe l'impatto conflittuale che avrebbe meritato ed il Cervello subì una durissima battuta d'arresto che ne causò lo scioglimento: Rustici raggiunse il fratello negli Osanna per poi unirsi ai Nova e Di Franco cominciò un lungo sodalizio con Toni Esposito.
Resta ai posteri un disco favoloso, gentile, sofisticato ed a mio parere, imprescindibile per qualunque amante del pop Italiano degli anni '70.