VINILE n° 6 è finalmente in edicola!

20.02.17 - Numero prodigioso di VINILE in edicola
Immagini, immaginazioni, racconti e grandi, g-r-a-n-d-i-s-s-i-m-e firme

Prima tra tutte la mia che, modestia a parte, vi racconto di come i Sex Pistols produssero loro malgrado il 45 giri più raro del mondo. Una cosuccia da 17.000 euro per capirci.
 
Sprea editorePoi c’è Roby Matano, storico cantante dei Campioni e sodale di Lucio Battisti che ci parla del primissimo Adriano Celentano. Quando ancora faceva l’orologiaio e in pochi sapevano chi fosse. 
Ma non è finita.

Un vulcanico Mauro Pagani si racconta più sbottonato che mai a Renato Marengo: da quando suonava il violino al liceo sino ad oggi. Praticamente la storia della musica pop italiana con tanto di foto in HD mai viste prima.

Ma ancora... entrerete tra le pieghe e le piaghe del Festival di Sanremo con Michele Neri e Franco Settimo; grazie a Franco Brizi scoprirete tutto di Ivano Fossati e Ivan Graziani, e saprete anche come e perché la CIA controllava i nostri capelloni negli anni Sessanta. Perché pare lo facesse davvero!

Lo sapevate ad esempio che i che i Rokes erano assistiti dall’avvocato Giovanni Leone, il futuro Presidente della Repubblica? E chiesero anche un favore “particolare” a Giulio Andreotti

Questo ed altro ancora sul nuovo numero di VINILE
Ci vediamo in edicola.
Sempre vostro,
JJ

Our Blues Bag (1970). Un esemplare curioso.

Recentemente mi è capitata sott’occhio questa copia senza copertina di Our Blues Bag dei Blues Right Off, croce e delizia di tutti i collezionisti di pop italiano. 

blues right offPurtroppo, la label presentava scritte e vistosi segni di pennarello che deprezzano l'intero Lp, ma che, se osservate attentamente, spiegherebbero ulteriormente la sua difficile reperibilità. Specie se in buone condizioni e corredato di tutti i suoi gadgets: tela di iuta e litografia di Vittorio Basaglia.
Vediamo perché. 

1°) Innanzitutto sono stati cancellati tutti i riferimenti alla formazione originale dei Blues Right Off e dei suoi collaboratori: il nome della band, quello di Claes Cornelius che compose tutti i brani dell’album, e quello di Ermanno Velludo che fu l’allora tecnico del suono. 

2°) Compare poi una curiosa scritta in alto a destra del lato A, “BLUES SOCIETY, 1972”, con la sola data replicata sul lato opposto “1972”. 

A questo punto verrebbe da chiedersi come mai un simile cimelio sia stato sfigurato al punto di abbatterne il valore a poche centinaia di euro, se non meno. 
Io precisamente non lo so, e anzi spero che qualcuno dei diretti interessati si faccia vivo per spiegarcelo.
Ho però elaborato una mia versione che credo possa essere attendibile

Come noto i Blues Right Off si sciolsero dopo la pubblicazione del disco. 
Di loro sappiamo che Claes Cornelius se ne tornò in Danimarca nel 74, ma soprattutto che il bassista Giancarlo Salvador confluì, guarda caso, proprio nei Blues Society del compianto Guido Toffoletti, bluesman già attivo sulla scena veneziana dai tempi del beat.

Potrebbe dunque starci che alcune copie del prezioso Our Blues Bag siano state utilizzate nel 1972 come demo dalla Blues Society? Che so, per presentarsi al gestore di un locale, a una radio, o comunque per fungere da biglietto da visita di una band che non aveva ancora inciso nulla, ed era probabilmente allo stato embrionale? 

Ciò spiegherebbe come mai sarebbero stati cancellati tutti i riferimenti agli Our Blues Bag, perché sarebbe sparita la copertina sulla quale ovviamente c’erano tutti i credits a loro relativi, e perché comparirebbe la scritta "Blues Society".

Ora, quanti esemplari come questo abbiano subito la stessa sorte, non lo so. In ogni caso si tratterebbe di una quantità copie rovinate che avvalorerebbero ancora di più quelle sane, rimaste ormai davvero poche.
Chi sa qualcosa, si faccia avanti.

Le Orme: Smogmagica (1975)

smogmagica le ormePER TUTTI I FAN DELLE ORME, NEI COMMENTS CI HA SCRITTO (per ben due volte) TOLO MARTON CHE TRA L'ALTRO DICE LA SUA SU "AMANTI DI CITTA'". GRAZIE TOLO E UN ABBRACCIO DA TUTTI NOI DI Classic Rock

Su un sito di cui non faccio il nome, uno di quelli dove anche un fanatico o un dilettante può scrivere liberamente le sue recensioni, compare una scheda su Smogmagica”, l’ottavo Lp delle Orme.

Malgrado il tono improbabilmente entusiastico, ricordo di averla letta volentieri perchè in fondo, ritraeva un po’ la situazione in cui si trovavano Pagliuca e soci nel 1975: da una parte avevano dalla loro una solida legione di ammiratori disposti a glissare su qualunque inciampo (es: "Contrappunti”) e dall’altra, uno scenario antagonista che non solo li giudicava zuccherosi e commerciali ma peggio ancora, controrivoluzionari e soprattutto filo-americani (che all'epoca era tutt'altro che un complimento).

In effetti, con il 1975, si apre la fase itinerante del trio margherino che li porterà prima a Los Angeles per incidere Smogmagica e nel 1976 a Londra per il successivo Verità Nascoste.

Ora, che già non corresse buon sangue tra le Orme e la Controcultura questo è risaputo, ma la decisione di produrre un album in California snobbando le tecnologie nostrane, farsi disegnare la copertina da Paul Whitehead e ispirarsi agli immensi landscapes americani (“Laurel Canyon”) o a sonorità marchianamente anglosassoni (“Laserium Floyd”), segnò sicuramente un punto di non ritorno tra la band e gli ambienti Progressivi.

In più, la scelta di innestare nel gruppo un chitarrista “blues oriented” come il trevigiano Tolo Marton, contribuì non poco a traghettare il suono della band in tutt’altre direzioni.


Detto questo, nulla tolgasi al valore del neo-arrivato che, per essere un giovane di 24 anni, aveva già un curriculum di tutto rispetto: aveva militato già in due gruppi beat-psichedeliciLa nuova generazione” e “Le impressioni”, lavorato in innumerevoli sale da ballo e svolto diverse collaborazioni che gli valsero anni dopo il titolo di “Guitar Hero” e un premio ricevuto nientemento che dal padre di Jimi Hendrix.

 
Certo è, che nel 1975 i generi prediletti da Marton (rock, blues, country ecc.) non erano propriamente quelli a cui erano abituati i fans delle Orme e come ricorda lo stesso Marton, gli effetti furono subito evidenti:
le orme 1975 Con le Orme è stata una bellissima esperienza, soprattutto a Los Angeles quando incidemmo "Smogmagica". [...]. La loro musica era molto progressiva, con tempi dispari e un po’ complicata, come andava allora. Forse ci ho portato un suono di chitarra fresco, un po’ di rock e di semplicità”.(cfr. Marton)E di fatto, fu proprio quell’eccessiva semplificazione del linguaggio che non convinse una parte della critica specializzata che accolse “Smogmagica” con giudizi talmente poco lusinghieri da giudicarlo il peggior lavoro delle Orme.
 
Gli anelli deboli furono soprattutto individuati nell’eccessivo alleggerimento del sound primigenio, nel formato delle canzoni - probabilmente funzionale all’airplay - e nel contrasto tra le parti più interessanti del disco con almeno tre brani ritenuti “disastrous” o “average italian pop”: “Primi Passi”, “L’uomo del pianino” e “Laurel Canyon” che venne ritenuta addirittura “second rated rock music”.

 

Se poi vogliamo sbilanciarci del tutto, anche “Ora o mai più” e “Amanti di città” vennero definite “quirky” (=”strambe”) e “Laserium Floyd” addirittura “dreary” (= “abominevole”).
Tutto ciò, al punto che dei nove brani in scaletta, se ne salvarono solo tre: “Los Angeles”, “Amico di ieri” e “Immensa distesa”. 

 
smogmagica 1975 le ormeCritica a parte comunque, l’album scontentò anche gli stessi musicisti: Pagliuca quasi lo rinnegò e lo stesso Marton, resosi conto dei limiti della sua presenza, si congedò rapidamente dai suoi compagni:
Certo ero ancora alle prime armi come compositore, se fosse durata potremmo aver fatto cose migliori. Ma me ne sono andato subito, per coerenza, perché avrei dovuto travestirmi sul palco, e mi sarei sentito tremendamente a disagio nel farlo.” (cfr: Marton).
 
Personalmente, ammetto di non aver mai amato quest’album ma, a parte la mia opinione, ricordo che quando lo misi sul piatto per la prima volta ebbi per almeno un minuto e mezzo l’impressione di ascoltare un altro gruppo.
 

A parte per l’inconfondibile break vocale di Tagliapietra, l'iniziale “Los Angeles” sembrava davvero un rock d’oltreoceano o di oltremanica. Il tutto per non parlare dei manierismi di “Laurel Canyon” o di “Laserium Floyd”, brano che oltre alla derivatività, era anche appesantito da una massiccia dose di monotonia.

Insomma, pur nella mia proverbiale diffidenza per le Orme, decisi alla fine di salvare i due brani più canonici, “Amico di ieri” e “Immensa Distesa” che pur non contenendo nulla di nuovo, mi riportavano con la mente alle loro antiche e conturbanti alchimie che - sarebbe ipocrita negarlo - affascinarono anche me.
Due canzoni poetiche dal sapore d’altri tempi che però, proposte nel ’75, lasciavano un retrogusto di tristezza.

 
Quella stessa malinconia che nel 1973 si poteva considerare un valore artistico, ma che appena due anni dopo, suonava esausta e totalmente incompatibile con le esigenze di un'Italia in transizione.


LE ORME - Discografia 1969 - 1976:
1969 - AD GLORIAM
1970: L'AURORA DELLE ORME
1971: COLLAGE
1972: UOMO DI PEZZA
1972: FELONA E SORONA
1974: IN CONCERTO
1974: CONTRAPPUNTI
1975: SMOGMAGICA
1976: VERITA' NASCOSTE

Libra: Musica e parole (1975)

libra musica e parole 1975 NEI COMMENTS, UN FUGACE INTERVENTO DI NICOLA DI STASO. Grazie Nicola

Il primo nucleo dei Libra si forma a Roma nel 1973 sulle ceneri dei Logan Dwight, Myosotis, Buon Vecchio Charlie e Reale Accademia di Musica.
Dopo un primo scioglimento, una ricostituzione praticamente immediata, qualche aggiustamento alla line-up e una partecipazione al musical Jacopone con Gianni Morandi, nell’autunno del 1973, finalmente il gruppo si assesta a quintetto (Federico D'Andrea, voce, chitarra - Nicola Di Staso, ex “I Lombrichi” e “Le Rivelazioni”, chitarra, voce - Sandro Centofanti, tastiere - Dino Cappa, basso, voce - David Walter, batteria, percussioni) e inizia il suo percorso professionale.


Il primo contatto col mondo discografico avviene col produttore Danny B. Besquet che, dopo averli provinati presso lo Studio Sonic di Roma, procura loro un contratto con la Ricordi per quello che diverrà il loro primo album “Musica e parole”, sotto la supervisione di Claudio Fabi.
Il disco viene inciso a Milano nell’autunno del 1974 in due versioni, italiana e inglese, ed esce ufficialmente in Italia nel febbraio del 1975, subito seguito da una breve tournée promozionale a fianco del Banco del Mutuo Soccorso.

Nel frattempo Besquet, che aveva molti contatti in America, aveva catalizzato nientemeno che l’interesse della prestigiosa etichetta Tamla Motown la quale non solo pubblicò una versione inglese del 33 giri negli States, ma stipulò con i Libra un incredibile contratto per 10 albums.
Inoltre, invitò la band negli Usa per una serie di date che effettivamente si svolsero con grande successo tra il 15 ottobre e la fine dicembre del 1975.

Per inciso, in quei mesi i Libra supportarono Frank Zappa, i Chicago, i Tubes e gli Steppenwolf.
Pur se a molti sembrò anomala un’operazione del genere (“Sono di Roma, cantano in inglese, suonano in inglese e hanno ottenuto un cospicuo contratto con la Motown... misteri di casa nostra.” fonte: Il libro bianco sul pop in Italia op.cit.) in realtà, la musica dei Libra si prestava piuttosto bene all’esportazione, intrisa com’era di atmosfere internazionali: Prog-Rock, Jazz-Rock e Funky. In questo senso, basterebbe solo sentire le evoluzioni del basso di Dino Cappa e le divagazioni funk-jazz di “Forse è furia” nelle prima parte dell’album, per capire che il prodotto era verosimilmente affine alle orecchie oltreoceano.


 libra federico d'andreaMusica e Parole” è un lavoro assai complesso che sembra assimilare in un solo groove vulcanico e personale, il meglio di anni di progressive europeo, contaminandolo con ammiccamenti transnazionali quali rock elettrico ed acustico.
In più, ascoltando la sua versione per il mercato estero, sembra davvero che molti brani (es: “Beyond the fence”) fossero molto più adatti a quella lingua che non all’italiano.

Sfogliando poi certe recensioni, era evidente che tutto l’impalcato sonoro della band romana trasmettesse effettivamente delle sensazioni riconducibili a diversi miti del rock internazionale (Rolling Stones, Journey, Steely Dan, Doobie Brothers) rendendo così il loro album estremamente “user friendly” agli anglofoni che lo descrivono ancora oggi come "unique, personal take on jazz rock, funky grooves, classical instrumental, psychedelic-prog rock and electronic weirdness." (fonte “Progarchives”).


Lasciando però un attimo da parte l’entusiasmo di coloro che definirono l'album “one of the greatest italian progressive rock albums”, nella realtà il discorso dei Libra non era privo di lati discutibili, perlomeno alle orecchie di un ascoltatore italiano.

Infatti, pur se i riferimenti al funky nero rappresentavano una novità nel momento in cui tutti si rifacevano al prog sinfonico o alla fusion, l’eccesso di riferimenti stilistici non riuscì mai a condensarsi organicamente in un solo kernel lasciando così il lavoro indistinto, poco incisivo e a tratti, quasi pesante.
In altre parole, si potrebbe asserire che ogni singola parte del disco fu sicuramente più stabile della sua sommatoria.

libra 1975 Di questo si accorse anche la Motown che dopo il flop del secondo Lp americano “Winter’s day Nightmare (1976)” rescisse il contratto e rispedì i Libra in Italia dove nel frattempo erano stati prima snobbati e poi dimenticati.
Si aggiungano poi alcuni dissapori personali sopraggiunti con Besquet, e il quintetto si sciolse.


Personalmente, se dovessi tramandare ai posteri uno solo dei brani del disco, sceglierei la conclusiva “Inquinamento”, la cui forza propulsiva avrebbe dovuto a mio avviso, fare da traino ai lavori successivi, anche se così non fu.
 

Da un lato infatti, non sussistevano più sufficienti basi conflittuali per un rilancio nazionale della band, e soprattutto perchè il 28 novembre del 1978, scomparve tragicamente il leader Federico D’Andrea, travolto da un’auto.  
Pur lontani dal movimento e dalla Controcultura, i Libra dimostrarono comunque che la mediterraneità e il Prog potevano convivere anche con stimoli interraziali e che la strada delle contaminazioni era ormai una realtà estesa a tutto il globo.
Di sicuro, in quel senso, il loro sforzo non fu vano.

1977 - 2017 ... e il ragazzo guardò Johnny.

the boy looked johnnyUN PRIMO OMAGGIO DI JJ AI 40 ANNI DEL PUNK. (A proposito... BUON ANNO!)

Più che una musica, il Punk rock fu un’attitudine. 

Si perché, a conti fatti, almeno l’80% del suo repertorio attingeva senza neppure troppi complimenti al rock’n’roll puro e semplice. Certo, lo sporcava un po’; di solito anteponeva l’impatto sonoro alla precisione strumentale; nei casi più estremi aborriva l’uso degli assoli; prevedeva un rapporto molto più diretto col pubblico, ma se escludiamo quelle pochissime band più raffinate tipo Stranglers o Damned, sempre di rock’n’roll si trattava. 
Never Mind the Bollocks in particolare, sembrava un disco di Eddie Cochran lasciato marcire in discarica per qualche mese, e poi centrifugato dal Pacojet.

Eppure, malgrado la sostanziale povertà armonica, fu proprio quella sua "attitudine” a rivoluzionare per sempre la musica popolare. E come accadde per i grandi movimenti precedenti quali il Beat e il Prog, anche dopo il Punk nulla sarebbe stato più lo stesso.
Al di là dei tre accordi che lo sorreggevano infatti, ancor prima di essere musica il Punk era una tendenza, un’indole. Una sorta di nobiltà underground molto fiera di sé stessa che, almeno inizialmente, intendeva opporsi alla mediocrità del sistema con la sola forza del suo look e della sua alterigia.

punk rockCosì apparivano i frequentatori del Let It Rock di Malcom McLaren al 430 di King’s Road quando nei primi anni 70 cercarono di far coincidere tutte le subculture inglesi in un solo kernel ispirato agli anni Cinquanta; i clienti del Too fast to live, too young to die che intorno al 73 iniziarono a modernizzare il loro nichilismo, e infine quelli del Sex da dove il punk incendiò il mondo intero a partire dal 76. Parola d’ordine “No Future”.

L’arroganza iniziale insomma, diventò verbo,vocazione e stile, filtrata da anni di noia, di disincanto, e dalla profonda cosapevolezza che ormai i lustrini del glam, così come tutti i modelli successivi dal pop ormai risciacquato al pub rock erano ormai armi di distruzione di massa
Io odio i Pink Floyd!” fu il primo messaggio di Johnny Rotten. Ricordate?

Il trucco fu quindi quello di atttingere alle origini, ma non a quelle del blues che era roba da vecchi ubriachi da pub, ma alle prime genuine avvisaglie di disobbedianza proletaria: il rock‘n’roll di Eddie Cochran appunto, piuttosto che di Gene Vincent, Buddy Holly, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard, Fats Domino, Carl Perkins, e di tutti quegli spaccatimpani che solo mettendo un dito su uno strumento, facevano saltare per aria generazioni di bassi ventre.

E anche se nesssuno dei Punk della prima ora aveva la voglia o la capacità di suonare come Danny Cedrone o Scotty Moore, pazienza. La situazione sociale era talmente allo sbando che a quel punto bastava attaccare la chitarra ad un ampli, alzare il volume, fare “bleng” e formare una band.

punk rock
E questo accadde realmente verso la fine del 76 quando i primi pruriti neocon della lady di ferro Margaret Thatcher stavano per innalzare il tasso di disoccupazione alle stelle, e innescare scioperi a catena che avrebbero paralizzato di lì a poco l’intera Inghilterra. 
E si che un'accozzaglia di drop out l'aveva messa in guardia durante il carnevale di Notting Hill.

Come sappiamo - a parte il Punk newyorchese che è un'altra storia - i primi a muoversi in terra d’Albione furono gentaglia tipo i London SS di Brian James poi con i Damned, The Chelsea, The Strand (poi Sex Pistols), The Guilford Stranglers poi abbreviati in Stranglers, gli 101’ers di Joe Strummer futuro Clash, i Bazooka Joe di Stuart Goddard successivamente Adam Ant, i Warsaw di Ian Curtis poi Joy Division, Siouxsie e i suoi Banshees che nei primi giorni della loro carriera ebbero come batterista Sid Vicious, e un altro marasma di gente sconosciuta che faceva caciara a suon di urla, sputi, e lamette: Buzzcocks, Dead Boys, London, Prefects, The Boys, Penetration, Abrasive Wheels, Vibrators, Wires, Eater, Subway Sect, Pork Duke, Rezillos e via dicendo.

Una mole di watt e sudore che qualcuno non la chiamava neppure musica, ma deiezione, pattume, ma era solo il canto del cigno della borghesia musicaleCaptain Sensible, Dave Greenfield, Topper Headon e Steve Jones erano anzi ottimi musicisti, e comunque ciò che interessava loro non era dimostrare la propria abilità, ma la loro efficienza sovversiva.

Ci riuscirono in pieno, e scombuiarono finalmente tutte le regole di un gioco che altrimenti ci avrebbe portato alla morte artistica e al dominio delle multinazionali già quarant’anni fa.
E se qualcuno sostiene ancora che il Punk è morto (e forse ha ragione) è per colpa sua. Non certamente per colpa nostra.

Christadoro: Christadoro (2017)

Massimilano Mox Cristadoro
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Non ricordo esattamente quando io e Massimiliano “Mox” Cristadoro ci siamo conosciuti : all'epoca in cui gli avevo mandato le mie congratulazioni per il suo libro “I 100 migliori dischi del Progressive Italiano”, o forse mi aveva scritto prima lui. 

Sta di fatto che quando ci siamo sentiti la prima volta per telefono l’intesa è stata immediata, anzi, sembravamo due vecchi amici da tempo. La conversazione non finiva più, e a un certo punto abbiamo dovuto darci entrambi un contegno.

Tra l'altro, in quel momento non focalizzavo bene tutto ciò che questo tentacolare DJ, critico e musicista avesse fatto nella sua vita, ma quando mi sono schiarito le idee, ho capito perché eravamo così affini. 

Massimiliano è stato roadie in molti concerti degli anni Ottanta, batterista hardcore punk, consulente dei La Crus e di Baglioni (che per inciso adora), storico conduttore di Radio RockFM, poi a Radio Lombardia, presentatore di un album di Keith Emerson nel 2008 (Keith presente), nonché apprezzatissimo scrittore.
Insomma… anche se lui mi chiama “Maestro”, non credo abbia nulla da invidiarmi. 

Eppure, proprio un mese fa, mi chiede un parere su un progetto che a suo dire sarebbe stata la cosa più bella della sua vita, ovvero un disco la cui uscita è prevista per il 13 gennaio 2017 per la AMS Records di Matthias Scheller.

Christadoro 2017 AMS Records
Il titolo? “Christadoro”: sette covers d’autore eseguite da un quintetto assemblato dallo stesso Mox, con ospiti roboanti quali Pilli Cossa del Biglietto per L’Inferno, Renato “Garbo” Abate, il violoncellista elvetico Zeno Gabaglio, e nientemeno che Franco Mussida, da poco congedatosi dalla PFM e che per l'occasione interpreta un suo esclusivo brano inedito

Premesse allettanti dunque, ma non solo: l’autorevole tracklist: è, dicevamo, una sequenza di sette gioielli della canzone d’autore italiana, ma scelti non tanto per la solita voglia di fare cassetta, quanto con una consapevolezza degna di uno storico del rock. 

christadoro 2017 AMS RecordsSi parte con L’Operaio Gerolamo di Lucio Dalla, Il Sosia di Gaber e L’Ultimo Spettacolo di Vecchioni. Si procede con Figli di.. dei Decibel, la splendida Lo Stambecco Ferito di Venditti, e a cavallo del conturbante inedito di Mussida, una sconvolgente versione di Solo di Claudio Baglioni e L’Ombra della Luce di Franco Battiato che chiude l'intero lavoro. 
In altri termini, non credo si potrebbe pretendere di meglio. 

Ma veniamo all’aspetto tecnico e musicale
La qualità e l’energia delle registrazioni effettuate al Saman Studio di Milano è restituita in maniera talmente avvolgente che sembra quasi di essere al cospetto degli stessi musicisti. Per l’inciso: Andrea “Mitzi” Dal Santo alla voce, Fabio Zuffanti (basso), Paolo “Ske” Botta (tastiere), Pier Panzeri (chitarre) e naturalmente Mox alla batteria. Il resto è rock puro al top della sua raffinatezza.

Quanto basta insomma per segnarvi sulla vostra agenda la data del 13 gennaio 2017, e quella dello showcase di presentazione che invece si terrà il 31 marzo al Legend Club di Milano.  Va da sé che io ci sarò.

Vi sembra sia stato troppo magnanimo? No, perche? Ma se volete che sia critico non c’è problema. Solo ad esempio, richiede più ascolti perché destabilizza tal punto la versione originale del 77 che potrebbe lasciare inizialmente spiazzati. 
Il brano di Mussida poi, suona quasi etereo rispetto all’impostazione hard dell’album, ma in fondo se i King Crimson non sono stati un’opinione, allora ci sta alla grande

Altro non si può più dire. Non resta che ascoltare.

Arte e politica. Il quadriennio della Controcultura (1973-1976)

rock progressivo italiano anni 70
Dopo tre anni in cui i Gruppi politici e il Movimento creativo-libertario contribuirono ciascuno per conto proprio alla lotta di classe, sin dai primi mesi del 1973 la crescente controffensiva padronale, unita all’aggravarsi della crisi economica e ad alcuni segnali d’allarme provenienti dall’estero, resero necessario un immediato ricompattamento di tutte le forze rivoluzionarie. 

Di fatto, mentre il PCI proseguiva imperterrito la linea del compromesso storico, vista da molti militanti come un cedimento nei confronti della borghesia reazionaria, nelle fabbriche si susseguivano i licenziamenti, i blocchi delle assunzioni e lo smembramento chirurgico di interi reparti caldi attraverso l’applicazione del labour saving e del turn over.

Un panorama incandescente ben rappresentato dal fallimento della vertenza sindacale di Fiat Mirafiori (cui seguì una drammatica occupazione) che oltre all’ambiguità dei sindacati comprovò anche quanto i gruppi extraparlamentari non fossero più adeguati a condurre le lotte di fabbrica. Sarà da quell’esperienza infatti che la base operaia prenderà direttamente le redini dello scontro di classe, portandolo anche sino alle estreme conseguenze

Tutto ciò, mentre gli effetti della crisi petrolifera iniziavano a colpire pesantemente anche il vissuto quotidiano: aumento di benzina e gasolio con relativo divieto di circolazione nei giorni festivi, razionamento del cherosene per il riscaldamento domestico e chiusura anticipata dei locali pubblici così come dei programmi radiotelevisivi

All’estero, il golpe cileno del generale Pinochet avrebbe ricofermato agli occhi del Movimento la pericolosità delle destre eversive, specie se, come nel caso italiano, pilotate dai servizi segreti, dalla Cia, o dalla Nato. Allo stesso modo, le notizie della vasta insurrezione popolare contro il regime dei colonnelli in Grecia convinsero tutti gli attivisti che, per ottenere le medesime conquiste, occorreva riunificare e mobilitare tutte le forze rivoluzionarie indipendentemente dalla loro specificità

musica e politica anni settanta
Era venuto dunque il momento in cui politica e creatività tornassero a far fronte comune come nel 69, e il primo passo fu compiuto già nel dicembre 72 con la massiccia partecipazione dei renudisti ad alcune rivendicazioni salariali. a cui seguì il 18 marzo del 1973 un importante articolo di Andrea Valcarenghi sul Re Nudo n° 18 intitolato “Dall’Underground alla Controcultura – La politica al primo posto”. In sintesi: 
Abbiamo capito che l’Underground ha esaurito la sua breve apparizione in Italia e pur se determinante, ora non ha più alcun senso poiché staccato dalla realtà generale del movimento rivoluzionario. All’imperialismo culturale dobbiamo opporre l’internazionalismo controculturale”. 

Nel 1973 finiva dunque l’era dell’Underground e cominciava quella della Controcultura che avrebbe connotato per altri tre anni il Movimento, fin quando cioè, nel 1976 le esigenze dell’Autonomia Operaia Organizzata e dei Circoli del Proletariato Giovanile avrebbero imposto nuove riflessioni e un altro giro di boa

Ovviamente, un simile terremoto ideologico non potè che ripercuotersi sensibilmente su ogni ambito del Movimento: da quello militante che fuse in un solo kernel spontaneismo e materialismo storico, a quello culturale-(ri)creativo là dove qualunque prodotto dell’ingegno umano, concreto o immateriale, fu inscritto in prospettiva dialettica e valutato come tale: in particolare il Pop d’avanguardia e il rock progressivo che ormai da tre anni erano quanto di più disallineato la musica italiana avesse mai prodotto a partire dal dopoguerra. 

Tra i primi effetti di questa politicizzazione (che va precisato fu comunque graduale) vi furono la comparsa di gruppi a forte spessore ideologico quali Area, Aktuala, Canzoniere del Lazio, Cervello, Jumbo, Nicosia & C. e Pholas Dactylus, il passaggio di altre band come il Banco a un linguaggio più concreto, la ripresa del cantautorato politico, e la nascita di decine di etichette indipendenti molte delle quali produssero dischi dall’altissimo valore culturale. Infine, particolare non trascurabile, un florilegio di Festival Pop autogestiti che in tre anni avrebbero attratto centinaia di migliaia di persone in ogni parte della penisola, e sarebbero diventati non solo un importantissimo punto di riferimento per tutto il rock italiano, ma anche un impietoso spartiacque tra gli artisti ritenuti più o meno consapevoli. 

Una relazione musica-politica talmente biunivoca insomma, che quando gli eventi del 1976 posero fine all’epoca controculturale, anche il nostro Pop perse la sua ragione d’essere, e nel giro di pochi anni dovette anch’esso cedere al riflusso, al neoliberismo e al giogo delle multinazionali
Almeno per sette lunghi anni però, l’Italia aveva prodotto la sua musica migliore.

Arte e politica. Il triennio dell'Underground (1970-1972)

rock progressivo italiano
Durante il mio percorso di analista del Rock Progressivo italiano anni 70, mi è capitato di subire qualche rimbrotto da parte di colleghi, musicisti o lettori a causa dei miei ormai noti accostamenti tra musica e politica. Di solito cose tipo: “Martin, non ce ne frega niente della politica, vogliamo solo sentir parlare di musica”, o cose di questo tipo

Voglio invece ribadire quanto a mio avviso sia inaccettabile se non impossibile la lettura di un’opera d’arte (quindi anche musicale) avulsa dagli eventi, dai costumi e dalle forme di pensiero del proprio periodo di riferimento

Poi, si potrà certamente discutere sulla scelta di un modello analitico piuttosto che un altro, sul livello tecnico di questo o quel musicista, ma insisto: non si potrà mai e in alcun modo negare l’esistenza di una relazione tra arte, politica e società, perchè questo significherebbe sottrarre al rock il suo valore simbolico e interpretativo, o peggio ricusare la sua innegabile capacità di rivoluzionare le attitudini culturali e comportamentali di interi sistemi sociali

In questo senso, e lo dico a chi mi contesta, non ci vuole molto per capire quanto lo Star Spangled Banner di Hendrix a Woodstock non avrebbe mai avuto lo stesso impatto né il medesimo significato se in quel momento oltre mezzo milione di americani non si fossero trovati in Vietnam, in Laos e in Cambogia

rock prograssivo italianoMa restiamo in Italia e vediamo come le vicende sociopolitiche influirono sul nostro Prog a partire da quella fondamentale soglia che fu la strage di Stato

Perché “fondamentale”? 
Perché se nelle intenzioni dei mandanti, gli attentati di Roma e Milano del 12 dicembre 1969 avrebbero dovuto easurirsi in un blitz volto ad annientare le proteste operaie e studentesche, l’effetto fu invece quello di suscitare nelle masse il fondato sospetto che lo Stato, le destre eversive e i servizi segreti avessero deciso di innalzare il livello dello scontro sul piano militare, innescando così una reazione a catena effettivamente sfociata prima nella strategia della tensione, poi negli anni di piombo

E infatti, già dal giorno successivo alla strage, il Movimento stesso reagì in maniera molto più determinata del previsto: rinforzò le proprie posizioni filo-operaiste, si verticalizzò sul modello terzinternazionlista, ed estromise dalle proprie fila tutte quelle realtà anarco-creative figlie del 68-69 ritenendole incompatibili con le nuove pratiche rivoluzionarie. 
Ciò col risultato che di lì a poco, questo enome corpus libertario lasciato a sé stesso avrebbe costituito un movimento a sé, poi definito Underground

Il 1970 vide quindi il contropotere schierare in campo due forze distinte e complementari

 - la prima a spessore fortemente politicizzato e formata in maggioranza dai Gruppi politici che praticavano la lotta di classe, primi tra tutti Lotta Continua e Avanguardia Operaia.

 - la seconda a carattere creativo-intellettuale facente capo alla rivista Re Nudo, costituita invece da libertari, anarchici, ex Beat ed eredi vari del 68-69, che si sarebbe invece occupata di tutte quelle istanze non toccate dalla politica: dinamiche interpersonali e collettive, rapporti con l’altro sesso, uso sociale e consapevole del tempo libero e degli spazi urbani, istruzione, famiglia, omosessualità, cultura lisergica e naturalmente, anche di musica.
  
underground rock progressivo italianoMusica intesa come sensore del gusto popolare, elemento chiave della comunicazione collettiva, ma anche oggetto di una contraddizione che avrebbe avuto molti strascichi: merce asservita all’economia di mercato o potenziale mezzo di comunicazione rivoluzionaria?.  

Tutte queste argomentazioni furono divulgate attraverso una gigantesca opera di controinformazione che sin dai primi mesi del 70 vide nascere in ogni parte d’Italia centinaia di pubblicazioni indipendenti (la cosiddetta “galassia Gutenberg”), e un florilegio di eventi socializzanti quali i Festival Pop autogestiti che dal 1971 divennero tra i principali promotori delle nuove avanguardie musicali. Primo tra tutti: il Rock progressivo che attecchì immediatamente al mondo dell’Underground, ne introitò in larga parte le dinamiche, e ne venne ampiamente promosso e veicolato.

Ecco perché lungo tutto il triennio in cui durò l’Underground, il nostro Prog fu sostanzialmente apolitico: privilegiando classicismi e testi onirici alla militanza, e pur riversando voti a sinistra fu sempre basicamente acritico.
Facevamo musica per passione” mi disse un giorno Giorgio Piazza (Pfm), e penso avesse pienamente ragione.

Tuttavia, sempre a causa di quella famosa relazione tra arte e politica che, ripeto, non si può ignorare, quando dal 1973 l’ideologia prese il sopravvento, tutti gli artisti nessuno escluso dovettero fare i conti con la filosofia del “personale è politico” e con tutte le sue complesse sfacettature
Il disinteresse sarebbe passato al vaglio della lotta di classe, le contraddizioni evidenziate e giudicate dai militanti, e la mercificazione sottoposta a rigorose analisi collettive. Spesso sin troppo severe ma che almeno sancirono l’esistenza di una consapevolezza che oggi non c’è più.

Spirale: Spirale (1975)

jazz rock progressivo italiano
Siamo nel 1974, e mentre il progressivo italiano usciva da quel biennio d’oro in cui produsse quasi tutti i suoi capolavori, qualcuno pensò bene di contaminarlo ulteriormente con altri linguaggi. Ad esempio con quella musica Jazz che grazie soprattutto alla neonata manifestazione Umbria Jazz stava richiamando platee sempre più vaste. Ma non fu un percorso semplice. 

Ritenuto infatti da molti militanti ostico, elitario e pure filoimperialista al punto di essere spesso contestato dall’Autonomia come accadde a Todi nel 1973, il Jazz dovette lottare non poco per imporsi a livello di massa. E questo anche se, sotto certi aspetti era un genere molto più simile al prog di quanto non si pensasse.
Prova ne è che molte band che all’epoca orbitavano nei circuiti più conflittuali ne fecero largo uso e continuarono a ricorrevi a lungo: Area, Arti e Mestieri, Dedalus, Perigeo, Uno, Salis, solo per citarne alcune. 
Il tutto per non parlare di certi cantautori di rango che facevano a gara per accaparrarsi i migliori turnisti provenienti proprio dal Jazz come Enzo Jannacci con Bruno De Filippi, Gino Paoli con Renato Sellani, ma anche un insospettabile Francesco Guccini che nella sua backing band annoverò gli ex Pleasure Machine al gran completo Ellade Bandini, Vince Tempera e Ares Tavolazzi

Verso la metà degli anni 70 insomma il Jazz fu più “utilizzato” che non “suonato” al suo stato puro. Certamente diffuso perché aveva comunque numerosi cultori e interpreti sin dagli anni 50 quando fu la musica principe degli esistenzialisti, ma non ancora così conflittuale come altri generi musicali come il pop e il rock. Men che neno potabile per il pubblico alternativo che, come dicevamo, impiegò diversi anni per digerirlo e lo fece appunto attraverso una lunga osmosi di contaminazioni. 

giampaolo ascolese
In altre parole: per proporre nel 74-75 un album di jazz nudo e crudo ci voleva un certo coraggio: sia come proposta musicale che soprattutto commerciale, in quanto si sapeva già a priori che il disco avrebbe venduto poco o nulla

E questo accadde infatti al primo album eponimo del quintetto romano Spirale capitanati dal bassista-chitarrista Peppe Caporello, a sua volta affiancato dal batterista Giampaolo Ascolese poi diventato famosissimo, Corrado Nofri alle tastiere, Gaetano Delfini voce e tromba, e Giancarlo Maurino al flauto e al sassofono.

Scoperti dal sassofonista Mario Schiano, padre del free Jazz italiano che li segnalò al produttore Toni Cosenza, gli Spirale vennero scritturati dalla discografica King Universal del noto cantante melodico Aurelio Fierro che sino ad allora aveva prodotto, oltre che se stesso, quasi esclusivamente musica nazional-popolare: Tony Astarita, Peppino Gagliardi, i cattolicissimi Gruppo 2001 e il cabarettista Gianfranco Funari.

Tuttavia, proprio quando il profumo di Jazz cominciò a pervadere la penisola, Fierro decise di dargli ben due chances: la prima alla fine del 1974, appunto con gli Spirale, e poco dopo pubblicando l’Lp On The Wayting List dello stesso Schiano

jazz prog italiano
Va da sé che nessuno dei due dischi ebbe all’epoca il minimo riscontro, ma mentre quello di Schiano rimase appanaggio di pochi eletti, l’album degli Spirale assurse negli anni a vera e propria icona del modernariato.

Un motivo logico invero non ci sarebbe, anche perchè furono entrambi prodotti di altissima qualità e includevano tutti e due future stelle del Jazz (Ascolese da una parte e Maurizio Giammarco dall’altra) ma, senza nulla togliere al grande contraltista napoletano quello degli Spirale fu davvero un lavoro molto particolare per un gruppo underground: un ensemble potente, dinamico e ben coordinato e una qualità sonora ben oltre i livelli standard di una qualsiasi etichetta indipendente.
In pratica: quattro brani composti dal solo Peppe Caporello che restituirono poco più di mezz’ora di musica, incisa presumibilmente in presa diretta presso lo studio Junior di Roma e pubblicati per la collana "King Jazz-Line" a cura di Toni Cosenza

All’ascolto, balza immediatamente all’orecchio il grande affiatamento del gruppo che bilancia con grande classe solismi e piene orchestre in un susseguirsi di atmosfere talora dinamiche come in Rising, profonde e introspettive nella splendida Ballata per Yanes, oppure variegate e miste nella conclusiva Peperoncino
Sempre inappuntabili i call and answer tra gli strumentisti, con quel giusto grado di improvvisazione che resel’album davvero completo e stuzzicante. 
In pochi lo capirono all'epoca della pubblicazione, ma ancora oggi merita ben più di un ascolto.