New Trolls: La prima goccia bagna il viso (1971)

new trolls  1971
“"La prima goccia bagna il viso" è un pezzo lunghissimo che occupa tutte e due le facciate di questo 45 giri dei "New Trolls", che è una conferma delle capacità del complesso che nonostante i continui attacchi di altre formazioni pur preparate, seguita a recitare, nel nostro modo musicale, una sua parte determinate.

Sicuramente i "New Trolls" sono tra i pochi complessi, venuti ultimamente alla ribalta, che sono riusciti a dire qualcosa di nuovo e rimanere attaccati alla loro dimensione musicale ritoccando solo di tanto in tanto le loro "idee", e quelli che sono i cardini del loro suono, senza saccheggiare a piene mani "sound" estranei ma estraendo dalle esperienze altrui le novità per ritoccarle e ripresentarle sotto una nuova veste: la loro”. 

Con questa tortuosa scheda pubblicata sul Ciao 2001, e che ho fedelmente riportato “virgolette” incluse, Fabrizio Cerqua recensiva nel settembre del 1971 il nuovo 45 giri dei New Trolls targato Cetra SP 1460. Singolo che seguiva a corto muso Adagio/Allegro, estratto qualche mese prima dall'album Concerto Grosso.

Ma se in quell'occasione il gruppo si divise tra romanticismo e digressioni blues-psichedeliche, La prima goccia bagna il viso disvelò la loro indole più progressiva: atmosfere e testi evocativi, tecnicismi, intarsi, stacchi, e gigantismo sonoro con tanto di gong e tuoni registrati dal vivo.. 
Insomma, un brano perfettamente in linea con quell’avanguardia musicale che nel 71 cominciava a dare il meglio di sé: Premiata Forneria Marconi, Orme, Trip, Osanna e Nuova Idea. Ma non è tutto. 

la prima goccia bagna il viso
Il disco si presentava infatti con un design essenziale ad opera dello studio grafico Gian Carlo Greguoli, raramente utilizzato in Italia, e che rimandava al miglior minimalismo grafico degli anni Sessanta: nome del gruppo, titolo del brano, casa discografica, numero di catalogo, e in 'corpo quattro' una menzione d'onore alla tipolitografia Silvestrelli e Cappelletto.

Quasi un invito insomma a concentrarsi esclusivamente sulla musica, che a sua volta sorprendeva l’ascoltatore con i suoi otto minuti e mezzo spalmati su due lati
Una soluzione inevitabile data la lunghezza della composizione, ma che conferivano al brano un fascino transnazionale, magnificato peraltro dal nuovissimo sintetizzatore Arp 2600 che De Scalzi sfruttò senza alcun timore reverenziale. 

 “Abbiamo fatto una cosa che non ha mai fatto nessuno, e siamo stati anche diversi da altri gruppi tipo i Pooh che battevano il ferro finch'era caldo”, dirà Nico in un’intervista a Radio Luxembourg. “Loro facevano una canzone guida e tutte le altre sullo stesso stile. Noi no: eravamo curiosi, cambiavamo improvvisamente genere. Il pubblico magari non recepiva subito il messaggio, ma poi alla fine lo acclamava”. 

Ma anche le liriche furono particolari. Brevissime. Appena 300 battute sospese tra un’invocazione in stile beat e una rivendicazione disperata e concreta: quella di una contadino che, preoccupato per una lunga siccità non solo fisica ma spirituale, prega l’Onnipotente di mandargli una pioggia riparatrice. Che lo sollevi dal suo spleen, e soprattutto rigeneri il suo campo quasi bruciato. 

Il temporale arriverà, farà da spartiacque tra i due lati del disco, trasformando ogni nota del lato cadetto in una celebrazione della vita, della natura e di Dio
E a questo punto aveva ragione Nico: mai in Italia si era sentita una cosa simile

Unica nota blasfema: quando i New Trolls la presentarono al Festival di Venezia, proprio a Nico si ruppe la cintura dei pantaloni. Per la precisione dei bellissimi jeans rotti e strappati. Rimediò con una corda trovata nel backstage.
I New Trolls portarono a termine l’esibizione, e poco importa se vinsero la sciantosa Milva e gli svenevoli Middle of the Road.

Il prog italiano era ormai una luminosa certezza.

Spirale: Spirale (1975)

jazz rock progressivo italiano
Siamo nel 1974, e mentre il progressivo italiano usciva da quel biennio d’oro in cui produsse quasi tutti i suoi capolavori, qualcuno pensò bene di contaminarlo ulteriormente con altri linguaggi. Ad esempio con quella musica Jazz che grazie soprattutto alla neonata manifestazione Umbria Jazz stava richiamando platee sempre più vaste. Ma non fu un percorso semplice. 

Ritenuto infatti da molti militanti ostico, elitario e pure filoimperialista al punto di essere spesso contestato dall’Autonomia come accadde a Todi nel 1973, il Jazz dovette lottare non poco per imporsi a livello di massa. E questo anche se, sotto certi aspetti era un genere molto più simile al prog di quanto non si pensasse.
Prova ne è che molte band che all’epoca orbitavano nei circuiti più conflittuali ne fecero largo uso e continuarono a ricorrevi a lungo: Area, Arti e Mestieri, Dedalus, Perigeo, Uno, Salis, solo per citarne alcune. 
Il tutto per non parlare di certi cantautori di rango che facevano a gara per accaparrarsi i migliori turnisti provenienti proprio dal Jazz come Enzo Jannacci con Bruno De Filippi, Gino Paoli con Renato Sellani, ma anche un insospettabile Francesco Guccini che nella sua backing band annoverò gli ex Pleasure Machine al gran completo Ellade Bandini, Vince Tempera e Ares Tavolazzi

Verso la metà degli anni 70 insomma il Jazz fu più “utilizzato” che non “suonato” al suo stato puro. Certamente diffuso perché aveva comunque numerosi cultori e interpreti sin dagli anni 50 quando fu la musica principe degli esistenzialisti, ma non ancora così conflittuale come altri generi musicali come il pop e il rock. Men che neno potabile per il pubblico alternativo che, come dicevamo, impiegò diversi anni per digerirlo e lo fece appunto attraverso una lunga osmosi di contaminazioni. 

giampaolo ascolese
In altre parole: per proporre nel 74-75 un album di jazz nudo e crudo ci voleva un certo coraggio: sia come proposta musicale che soprattutto commerciale, in quanto si sapeva già a priori che il disco avrebbe venduto poco o nulla

E questo accadde infatti al primo album eponimo del quintetto romano Spirale capitanati dal bassista-chitarrista Peppe Caporello, a sua volta affiancato dal batterista Giampaolo Ascolese poi diventato famosissimo, Corrado Nofri alle tastiere, Gaetano Delfini voce e tromba, e Giancarlo Maurino al flauto e al sassofono.

Scoperti dal sassofonista Mario Schiano, padre del free Jazz italiano che li segnalò al produttore Toni Cosenza, gli Spirale vennero scritturati dalla discografica King Universal del noto cantante melodico Aurelio Fierro che sino ad allora aveva prodotto, oltre che se stesso, quasi esclusivamente musica nazional-popolare: Tony Astarita, Peppino Gagliardi, i cattolicissimi Gruppo 2001 e il cabarettista Gianfranco Funari.

Tuttavia, proprio quando il profumo di Jazz cominciò a pervadere la penisola, Fierro decise di dargli ben due chances: la prima alla fine del 1974, appunto con gli Spirale, e poco dopo pubblicando l’Lp On The Wayting List dello stesso Schiano

jazz prog italiano
Va da sé che nessuno dei due dischi ebbe all’epoca il minimo riscontro, ma mentre quello di Schiano rimase appanaggio di pochi eletti, l’album degli Spirale assurse negli anni a vera e propria icona del modernariato.

Un motivo logico invero non ci sarebbe, anche perchè furono entrambi prodotti di altissima qualità e includevano tutti e due future stelle del Jazz (Ascolese da una parte e Maurizio Giammarco dall’altra) ma, senza nulla togliere al grande contraltista napoletano quello degli Spirale fu davvero un lavoro molto particolare per un gruppo underground: un ensemble potente, dinamico e ben coordinato e una qualità sonora ben oltre i livelli standard di una qualsiasi etichetta indipendente.
In pratica: quattro brani composti dal solo Peppe Caporello che restituirono poco più di mezz’ora di musica, incisa presumibilmente in presa diretta presso lo studio Junior di Roma e pubblicati per la collana "King Jazz-Line" a cura di Toni Cosenza

All’ascolto, balza immediatamente all’orecchio il grande affiatamento del gruppo che bilancia con grande classe solismi e piene orchestre in un susseguirsi di atmosfere talora dinamiche come in Rising, profonde e introspettive nella splendida Ballata per Yanes, oppure variegate e miste nella conclusiva Peperoncino
Sempre inappuntabili i call and answer tra gli strumentisti, con quel giusto grado di improvvisazione che resel’album davvero completo e stuzzicante. 
In pochi lo capirono all'epoca della pubblicazione, ma ancora oggi merita ben più di un ascolto.

Blues Right Off: Our Blues Bag (1970) - Un esemplare curioso.

Recentemente mi è capitata sott’occhio questa copia senza copertina di Our Blues Bag dei Blues Right Off, croce e delizia di tutti i collezionisti di pop italiano. 

blues right offPurtroppo, la label presentava scritte e vistosi segni di pennarello che deprezzano l'intero Lp, ma che, se osservate attentamente, spiegherebbero ulteriormente la sua difficile reperibilità. Specie se in buone condizioni e corredato di tutti i suoi gadgets: tela di iuta e litografia di Vittorio Basaglia.
Vediamo perché. 

1°) Innanzitutto sono stati cancellati tutti i riferimenti alla formazione originale dei Blues Right Off e dei suoi collaboratori: il nome della band, quello di Claes Cornelius che compose tutti i brani dell’album, e quello di Ermanno Velludo che fu l’allora tecnico del suono. 

2°) Compare poi una curiosa scritta in alto a destra del lato A, “BLUES SOCIETY, 1972”, con la sola data replicata sul lato opposto “1972”. 

A questo punto verrebbe da chiedersi come mai un simile cimelio sia stato sfigurato al punto di abbatterne il valore a poche centinaia di euro, se non meno. 
Io precisamente non lo so, e anzi spero che qualcuno dei diretti interessati si faccia vivo per spiegarcelo.
Ho però elaborato una mia versione che credo possa essere attendibile

Come noto i Blues Right Off si sciolsero dopo la pubblicazione del disco. 
Di loro sappiamo che Claes Cornelius se ne tornò in Danimarca nel 74, ma soprattutto che il bassista Giancarlo Salvador confluì, guarda caso, proprio nei Blues Society del compianto Guido Toffoletti, bluesman già attivo sulla scena veneziana dai tempi del beat.

Potrebbe dunque starci che alcune copie del prezioso Our Blues Bag siano state utilizzate nel 1972 come demo dalla Blues Society? Che so, per presentarsi al gestore di un locale, a una radio, o comunque per fungere da biglietto da visita di una band che non aveva ancora inciso nulla, ed era probabilmente allo stato embrionale? 

Ciò spiegherebbe come mai sarebbero stati cancellati tutti i riferimenti agli Our Blues Bag, perché sarebbe sparita la copertina sulla quale ovviamente c’erano tutti i credits a loro relativi, e perché comparirebbe la scritta "Blues Society".

Ora, quanti esemplari come questo abbiano subito la stessa sorte, non lo so. In ogni caso si tratterebbe di una quantità copie rovinate che avvalorerebbero ancora di più quelle sane, rimaste ormai davvero poche.
Chi sa qualcosa, si faccia avanti.

Salis: Dopo il buio, la luce (1979)

rock progressivo italiano
Mai del tutto convincente in ambito rock, la Sardegna degli anni Settanta è stata invece una grande fucina di talenti folk e soprattutto jazz: Paolo Fresu, Cadmo, Antonello Salis, Marcello Melis, e i fratelli Salis che a cinque anni di distanza da Seduto sull’Alba a Guardare pubblicarono nel 1979 il loro terzo album Dopo il Buio La Luce, considerato unanimemente il loro capolavoro. 

All’epoca il gruppo è spesso stanziale in quel di Cremona, ha dimenticato le ingenuità e la forma cantautorale degli esordi, ha rivoluzionato più volte la formazione (ora accanto a Francesco e Antonio Salis ci sono Antonio Lotta alle tastiere e Antonio Sardu alla batteria) e probabilmente stimolato dall’assidua frequentazione con Mauro Pagani, ha ormai intrapreso un discorso jazz rock a tutti gli effetti pur se con ampie aperture verso la fusion

Registrato per la piccola discografica IAF già label dei Dalton, il nuovo disco dei Salis rivela una maturità tecnica e compositiva sorprendente, sia per la qualità della registrazione che sostiene senza cedimenti la potente dinamica delle otto composizioni, sia da un punto di vista musicale là dove le indiscutibili qualità dei musicisti riescono sempre a dare il meglio di sé senza alcuna prevaricazione

Si prendano ad esempio i fluenti chiaroscuri della leading track Novembre in cui una ritmica seduttiva e cadenzata fa da tappeto a un continuo call and answer tra chitarra e tastiere, oppure la successiva Rapsodia per Emigrazione dove una solida architettura ritmica palleggiata tra etnica e crossover, disvela una straordinaria fantasia cromatica.

Dopo il buio la luce
Per tre quarti strumentale, Dopo il Buio La Luce non presenta cali di tono neppure nei due brani vocali che anzi restituiscono ulteriori prospettive sonore. La prima ambasciata da Diablo che in un incantatorio groove arabeggiante omogeinizza sapientemente tastiere e chitarre, e l'altra dalla conclusiva Yankee Go Home: una ballata ludica e solare che giusto per non farsi mancare nulla, sferra un’orgogliosa zampata antimperialista paragonando la colonizzazione dei territori indiani del Nord America a quella operata in Sardegna dai mercificatori continentali

Unico punto debole, la data di pubblicazione dell’album che lo rese un prodotto fuori tempo e purtroppo anche fuori mercato.  Poco appetibile per i fan del rock progressivo ormai defunto da tre anni, e vista la sua pessima distribuzione, anche per coloro che in quel 1979 dominato dalla disco-music, dal punk e dalla new-wave, cercavano disperatamente musiche di profilo più elevato

Non a caso, fatta eccezione per qualche zona della Sardegna, l’ultima fatica della band prima dello scioglimento non solo venne praticamente ignorata, ma ristampata per la prima volta solo trent’anni dopo grazie all’interessamento della Giallo Records di Carate Brianza.

Un vero affronto alla musica di qualità che però nulla toglierà mai al valore intrinseco del disco. Un gioiello di nicchia che dimostrò come, anche nella terra di Maria Carta, Marisa Sannia, Clara Murtas, Piero Marras e del cantu a chiterra, vi fosse già dai primi anni Settanta una decisa volontà di contaminazione stilistica. La stessa che a partire dal 1990 verrà condensata nel cross-jazz di Paolo Fresu, e diverrà fiore all’occhiello per l’Italia intera.

Area: Parigi-Lisbona (1996, registrato 1976)

recensione
Correva la fine degli anni Novanta, mentre il mercato discografico aveva sempre meno da proporre e ancor meno da pubblicare, gli scaffali dei mediastore e i cestoni degli autogrill si riempivano di merce anomala
Di solito CD e DVD dal packaging convincente e dal prezzo ancor più attraente, ma che contenevano in realtà materiale di dubbia provenienza: video riversati da VHS, prese audio di fortuna, o comunque scarti e provini rinnegati dagli stessi protagonisti. 
Operazioni spesso giustificate come ”rivalutazioni culturali” ma che di culturale non avevano niente. Anzi, alcune facevano talmente pena da far rimpiangere certi bootlegs in vinile di gloriosa memoria che un senso almeno ce l’avevano 

Eppure, in un contesto così sfacciatamente mercantile, qualcuno che investì tempo e denaro per riportare alla luce con passione e competenza testimonianze inedite della storia del rock ci fu sul serio, specie per restituire quanto ancora ignoto del Prog Italiano: imprenditori seri ed onesti che ci hanno trasmesso importanti frammenti sonori e visuali altrimenti perduti o hanno prodotto Cd e Dvd dalla valenza straordinaria. E scusate se non faccio nomi.

Comunque sia, tornando alla fine degli anni Novanta, una delle migliori proposte che mi capitò sotttomano fu Parigi-Lisbona: compendio live della mini-tournèe europea che gli Area tennero nel 1976 poco prima di registrare Maledetti. Nello specifico, alla Fête de l'Humanité di Parigi e al Festival do Avante tenutosi a Lisbona nel periodo in cui gli eredi di Fernando Pessoa approvavano la loro nuova Costituzione. 

festival do avante
Il Cd invero non era tecnicamente un granché: foto di copertina ricavata da uno scatto del 73, poche informazioni, qualità sonora prescindibile, forse qualche editing di troppo, ma questa volta il famigerato ”recupero culturale” riuscì in pieno
Al di là di Are(a)zione e di qualche registrazione come quella del Lambro 76 infatti, le pubblicazioni non-postume degli Area dal vivo furono decisamente poche, probabilmente perchè il gruppo teneva una mole di concerti talmente imponente (200 nel solo 1975) che la Cramps ritenne inutile andare oltre un solo live. 

Ciò che però mi colpì maggiormente di questo Parigi-Lisbona, non fu solo la consueta abilità dei musicisti che traspariva persino da un audio mediocre, ma la loro scioltezza nel conquistarsi le platee internazionali. Ad esempio quella di Parigi alla quale Demetrio illustrò i brani in lingua locale e che venne letteralmente ipnotizzata da una sconcertante versione di Lobotomia. 

Altra perla del disco, se non proprio il suo momento clou, fu l’intro della vivace presentatrice portoghese che lanciò la serata con una consapevolezza magistrale. L’ovvio sospetto è quello che stesse leggendo un testo promozionale della Cramps, ma se invece lo avesse redatto lei, avrebbe dato una prova di una lucidità storica davvero sorprendente. In più, con una perfetta pronuncia italiana dei componenti della band.

Area Parigi Lisbona“È già tutto pronto! Acora una volta la presenza dell’Italia con il gruppo Area. E in questa meravigliosa serata vale la pena presentarli. 

Ma prima vorrei ricordare che secondo il gruppo Area, composto da cinque uomnini italiani provenienti da ambienti professionali molto diversi, la musica jazz sta oggi perdendo molte delle sue caratteristiche di composizione, di attualità e di comunicazione. 

Per questo il gruppo ha intrapreso una strada molto avanzata, tentando di sorpassare ciò che separa il jazz dalla musica pop. Il suo obiettivo è stabilire un contatto il più possibile diretto col pubblico senza compromettere le sue caratteristiche essenziali. 

E ora vorrei presntarvi uno ad uno i componenti del gruppo: Giulio Capiozzo: batteria. Giulio alla batteria! Patrizio Fariselli: piano e clarinetto. Demetrio Stratos: voce e organo. Ares Tavolazzi: contrabbasso, basso elettrico e trombone. E infine, Paolo Tofani: chitarra elettrica e sintetizzatore. 

Il primo pezzo in scaletta è Il lavoro rende liberi. Questa frase era scritta sulle pareti dei campi di concentramento nazisti e mantiene ancora oggi la sua forza e il suo significato. Nella città di Milano che è un campo di battaglia permanente nella lotta di classe, la frase Il lavoro rende liberi persiste come un simbolo contro l’oppressione dell’uomo sull’uomo.” 

Così, a distanza di due anni dalla fine della dittatura di Marcelo Caetano, i ragazzi regalarono al pubblico lusitano e alla loro splendida presentatrice un concerto da mille e una notte, concluso come giusto dalle note dell’Internazionale davanti a una platea entusiasta. Anzi, talmente infervorata che per qualche mese, nelle classifiche di vendita portoghesi, sarebbero stati secondi solo ai Pink Floyd.

Le Orme: Smogmagica (1975)

smogmagica le ormePER TUTTI I FAN DELLE ORME, NEI COMMENTS CI HA SCRITTO (per ben due volte) TOLO MARTON CHE TRA L'ALTRO DICE LA SUA SU "AMANTI DI CITTA'". GRAZIE TOLO E UN ABBRACCIO DA TUTTI NOI DI Classic Rock

Su un sito di cui non faccio il nome, uno di quelli dove anche un fanatico o un dilettante può scrivere liberamente le sue recensioni, compare una scheda su Smogmagica”, l’ottavo Lp delle Orme.

Malgrado il tono improbabilmente entusiastico, ricordo di averla letta volentieri perchè in fondo, ritraeva un po’ la situazione in cui si trovavano Pagliuca e soci nel 1975: da una parte avevano dalla loro una solida legione di ammiratori disposti a glissare su qualunque inciampo (es: "Contrappunti”) e dall’altra, uno scenario antagonista che non solo li giudicava zuccherosi e commerciali ma peggio ancora, controrivoluzionari e soprattutto filo-americani (che all'epoca era tutt'altro che un complimento).

In effetti, con il 1975, si apre la fase itinerante del trio margherino che li porterà prima a Los Angeles per incidere Smogmagica e nel 1976 a Londra per il successivo Verità Nascoste.

Ora, che già non corresse buon sangue tra le Orme e la Controcultura questo è risaputo, ma la decisione di produrre un album in California snobbando le tecnologie nostrane, farsi disegnare la copertina da Paul Whitehead e ispirarsi agli immensi landscapes americani (“Laurel Canyon”) o a sonorità marchianamente anglosassoni (“Laserium Floyd”), segnò sicuramente un punto di non ritorno tra la band e gli ambienti Progressivi.

In più, la scelta di innestare nel gruppo un chitarrista “blues oriented” come il trevigiano Tolo Marton, contribuì non poco a traghettare il suono della band in tutt’altre direzioni.


Detto questo, nulla tolgasi al valore del neo-arrivato che, per essere un giovane di 24 anni, aveva già un curriculum di tutto rispetto: aveva militato già in due gruppi beat-psichedeliciLa nuova generazione” e “Le impressioni”, lavorato in innumerevoli sale da ballo e svolto diverse collaborazioni che gli valsero anni dopo il titolo di “Guitar Hero” e un premio ricevuto nientemento che dal padre di Jimi Hendrix.

 
Certo è, che nel 1975 i generi prediletti da Marton (rock, blues, country ecc.) non erano propriamente quelli a cui erano abituati i fans delle Orme e come ricorda lo stesso Marton, gli effetti furono subito evidenti:
le orme 1975 Con le Orme è stata una bellissima esperienza, soprattutto a Los Angeles quando incidemmo "Smogmagica". [...]. La loro musica era molto progressiva, con tempi dispari e un po’ complicata, come andava allora. Forse ci ho portato un suono di chitarra fresco, un po’ di rock e di semplicità”.(cfr. Marton)E di fatto, fu proprio quell’eccessiva semplificazione del linguaggio che non convinse una parte della critica specializzata che accolse “Smogmagica” con giudizi talmente poco lusinghieri da giudicarlo il peggior lavoro delle Orme.
 
Gli anelli deboli furono soprattutto individuati nell’eccessivo alleggerimento del sound primigenio, nel formato delle canzoni - probabilmente funzionale all’airplay - e nel contrasto tra le parti più interessanti del disco con almeno tre brani ritenuti “disastrous” o “average italian pop”: “Primi Passi”, “L’uomo del pianino” e “Laurel Canyon” che venne ritenuta addirittura “second rated rock music”.

 

Se poi vogliamo sbilanciarci del tutto, anche “Ora o mai più” e “Amanti di città” vennero definite “quirky” (=”strambe”) e “Laserium Floyd” addirittura “dreary” (= “abominevole”).
Tutto ciò, al punto che dei nove brani in scaletta, se ne salvarono solo tre: “Los Angeles”, “Amico di ieri” e “Immensa distesa”. 

 
smogmagica 1975 le ormeCritica a parte comunque, l’album scontentò anche gli stessi musicisti: Pagliuca quasi lo rinnegò e lo stesso Marton, resosi conto dei limiti della sua presenza, si congedò rapidamente dai suoi compagni:
Certo ero ancora alle prime armi come compositore, se fosse durata potremmo aver fatto cose migliori. Ma me ne sono andato subito, per coerenza, perché avrei dovuto travestirmi sul palco, e mi sarei sentito tremendamente a disagio nel farlo.” (cfr: Marton).
 
Personalmente, ammetto di non aver mai amato quest’album ma, a parte la mia opinione, ricordo che quando lo misi sul piatto per la prima volta ebbi per almeno un minuto e mezzo l’impressione di ascoltare un altro gruppo.
 

A parte per l’inconfondibile break vocale di Tagliapietra, l'iniziale “Los Angeles” sembrava davvero un rock d’oltreoceano o di oltremanica. Il tutto per non parlare dei manierismi di “Laurel Canyon” o di “Laserium Floyd”, brano che oltre alla derivatività, era anche appesantito da una massiccia dose di monotonia.

Insomma, pur nella mia proverbiale diffidenza per le Orme, decisi alla fine di salvare i due brani più canonici, “Amico di ieri” e “Immensa Distesa” che pur non contenendo nulla di nuovo, mi riportavano con la mente alle loro antiche e conturbanti alchimie che - sarebbe ipocrita negarlo - affascinarono anche me.
Due canzoni poetiche dal sapore d’altri tempi che però, proposte nel ’75, lasciavano un retrogusto di tristezza.

 
Quella stessa malinconia che nel 1973 si poteva considerare un valore artistico, ma che appena due anni dopo, suonava esausta e totalmente incompatibile con le esigenze di un'Italia in transizione.


LE ORME - Discografia 1969 - 1976:
1969 - AD GLORIAM
1970: L'AURORA DELLE ORME
1971: COLLAGE
1972: UOMO DI PEZZA
1972: FELONA E SORONA
1974: IN CONCERTO
1974: CONTRAPPUNTI
1975: SMOGMAGICA
1976: VERITA' NASCOSTE

Libra: Musica e parole (1975)

libra musica e parole 1975 NEI COMMENTS, UN FUGACE INTERVENTO DI NICOLA DI STASO. Grazie Nicola

Il primo nucleo dei Libra si forma a Roma nel 1973 sulle ceneri dei Logan Dwight, Myosotis, Buon Vecchio Charlie e Reale Accademia di Musica.
Dopo un primo scioglimento, una ricostituzione praticamente immediata, qualche aggiustamento alla line-up e una partecipazione al musical Jacopone con Gianni Morandi, nell’autunno del 1973, finalmente il gruppo si assesta a quintetto (Federico D'Andrea, voce, chitarra - Nicola Di Staso, ex “I Lombrichi” e “Le Rivelazioni”, chitarra, voce - Sandro Centofanti, tastiere - Dino Cappa, basso, voce - David Walter, batteria, percussioni) e inizia il suo percorso professionale.


Il primo contatto col mondo discografico avviene col produttore Danny B. Besquet che, dopo averli provinati presso lo Studio Sonic di Roma, procura loro un contratto con la Ricordi per quello che diverrà il loro primo album “Musica e parole”, sotto la supervisione di Claudio Fabi.
Il disco viene inciso a Milano nell’autunno del 1974 in due versioni, italiana e inglese, ed esce ufficialmente in Italia nel febbraio del 1975, subito seguito da una breve tournée promozionale a fianco del Banco del Mutuo Soccorso.

Nel frattempo Besquet, che aveva molti contatti in America, aveva catalizzato nientemeno che l’interesse della prestigiosa etichetta Tamla Motown la quale non solo pubblicò una versione inglese del 33 giri negli States, ma stipulò con i Libra un incredibile contratto per 10 albums.
Inoltre, invitò la band negli Usa per una serie di date che effettivamente si svolsero con grande successo tra il 15 ottobre e la fine dicembre del 1975.

Per inciso, in quei mesi i Libra supportarono Frank Zappa, i Chicago, i Tubes e gli Steppenwolf.
Pur se a molti sembrò anomala un’operazione del genere (“Sono di Roma, cantano in inglese, suonano in inglese e hanno ottenuto un cospicuo contratto con la Motown... misteri di casa nostra.” fonte: Il libro bianco sul pop in Italia op.cit.) in realtà, la musica dei Libra si prestava piuttosto bene all’esportazione, intrisa com’era di atmosfere internazionali: Prog-Rock, Jazz-Rock e Funky. In questo senso, basterebbe solo sentire le evoluzioni del basso di Dino Cappa e le divagazioni funk-jazz di “Forse è furia” nelle prima parte dell’album, per capire che il prodotto era verosimilmente affine alle orecchie oltreoceano.


 libra federico d'andreaMusica e Parole” è un lavoro assai complesso che sembra assimilare in un solo groove vulcanico e personale, il meglio di anni di progressive europeo, contaminandolo con ammiccamenti transnazionali quali rock elettrico ed acustico.
In più, ascoltando la sua versione per il mercato estero, sembra davvero che molti brani (es: “Beyond the fence”) fossero molto più adatti a quella lingua che non all’italiano.

Sfogliando poi certe recensioni, era evidente che tutto l’impalcato sonoro della band romana trasmettesse effettivamente delle sensazioni riconducibili a diversi miti del rock internazionale (Rolling Stones, Journey, Steely Dan, Doobie Brothers) rendendo così il loro album estremamente “user friendly” agli anglofoni che lo descrivono ancora oggi come "unique, personal take on jazz rock, funky grooves, classical instrumental, psychedelic-prog rock and electronic weirdness." (fonte “Progarchives”).


Lasciando però un attimo da parte l’entusiasmo di coloro che definirono l'album “one of the greatest italian progressive rock albums”, nella realtà il discorso dei Libra non era privo di lati discutibili, perlomeno alle orecchie di un ascoltatore italiano.

Infatti, pur se i riferimenti al funky nero rappresentavano una novità nel momento in cui tutti si rifacevano al prog sinfonico o alla fusion, l’eccesso di riferimenti stilistici non riuscì mai a condensarsi organicamente in un solo kernel lasciando così il lavoro indistinto, poco incisivo e a tratti, quasi pesante.
In altre parole, si potrebbe asserire che ogni singola parte del disco fu sicuramente più stabile della sua sommatoria.

libra 1975 Di questo si accorse anche la Motown che dopo il flop del secondo Lp americano “Winter’s day Nightmare (1976)” rescisse il contratto e rispedì i Libra in Italia dove nel frattempo erano stati prima snobbati e poi dimenticati.
Si aggiungano poi alcuni dissapori personali sopraggiunti con Besquet, e il quintetto si sciolse.


Personalmente, se dovessi tramandare ai posteri uno solo dei brani del disco, sceglierei la conclusiva “Inquinamento”, la cui forza propulsiva avrebbe dovuto a mio avviso, fare da traino ai lavori successivi, anche se così non fu.
 

Da un lato infatti, non sussistevano più sufficienti basi conflittuali per un rilancio nazionale della band, e soprattutto perchè il 28 novembre del 1978, scomparve tragicamente il leader Federico D’Andrea, travolto da un’auto.  
Pur lontani dal movimento e dalla Controcultura, i Libra dimostrarono comunque che la mediterraneità e il Prog potevano convivere anche con stimoli interraziali e che la strada delle contaminazioni era ormai una realtà estesa a tutto il globo.
Di sicuro, in quel senso, il loro sforzo non fu vano.

1977 - 2017 ... e il ragazzo guardò Johnny.

the boy looked johnnyUN PRIMO OMAGGIO DI JJ AI 40 ANNI DEL PUNK. (A proposito... BUON ANNO!)

Più che una musica, il Punk rock fu un’attitudine. 

Si perché, a conti fatti, almeno l’80% del suo repertorio attingeva senza neppure troppi complimenti al rock’n’roll puro e semplice. Certo, lo sporcava un po’; di solito anteponeva l’impatto sonoro alla precisione strumentale; nei casi più estremi aborriva l’uso degli assoli; prevedeva un rapporto molto più diretto col pubblico, ma se escludiamo quelle pochissime band più raffinate tipo Stranglers o Damned, sempre di rock’n’roll si trattava. 
Never Mind the Bollocks in particolare, sembrava un disco di Eddie Cochran lasciato marcire in discarica per qualche mese, e poi centrifugato dal Pacojet.

Eppure, malgrado la sostanziale povertà armonica, fu proprio quella sua "attitudine” a rivoluzionare per sempre la musica popolare. E come accadde per i grandi movimenti precedenti quali il Beat e il Prog, anche dopo il Punk nulla sarebbe stato più lo stesso.
Al di là dei tre accordi che lo sorreggevano infatti, ancor prima di essere musica il Punk era una tendenza, un’indole. Una sorta di nobiltà underground molto fiera di sé stessa che, almeno inizialmente, intendeva opporsi alla mediocrità del sistema con la sola forza del suo look e della sua alterigia.

punk rockCosì apparivano i frequentatori del Let It Rock di Malcom McLaren al 430 di King’s Road quando nei primi anni 70 cercarono di far coincidere tutte le subculture inglesi in un solo kernel ispirato agli anni Cinquanta; i clienti del Too fast to live, too young to die che intorno al 73 iniziarono a modernizzare il loro nichilismo, e infine quelli del Sex da dove il punk incendiò il mondo intero a partire dal 76. Parola d’ordine “No Future”.

L’arroganza iniziale insomma, diventò verbo,vocazione e stile, filtrata da anni di noia, di disincanto, e dalla profonda cosapevolezza che ormai i lustrini del glam, così come tutti i modelli successivi dal pop ormai risciacquato al pub rock erano ormai armi di distruzione di massa
Io odio i Pink Floyd!” fu il primo messaggio di Johnny Rotten. Ricordate?

Il trucco fu quindi quello di atttingere alle origini, ma non a quelle del blues che era roba da vecchi ubriachi da pub, ma alle prime genuine avvisaglie di disobbedianza proletaria: il rock‘n’roll di Eddie Cochran appunto, piuttosto che di Gene Vincent, Buddy Holly, Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Little Richard, Fats Domino, Carl Perkins, e di tutti quegli spaccatimpani che solo mettendo un dito su uno strumento, facevano saltare per aria generazioni di bassi ventre.

E anche se nesssuno dei Punk della prima ora aveva la voglia o la capacità di suonare come Danny Cedrone o Scotty Moore, pazienza. La situazione sociale era talmente allo sbando che a quel punto bastava attaccare la chitarra ad un ampli, alzare il volume, fare “bleng” e formare una band.

punk rock
E questo accadde realmente verso la fine del 76 quando i primi pruriti neocon della lady di ferro Margaret Thatcher stavano per innalzare il tasso di disoccupazione alle stelle, e innescare scioperi a catena che avrebbero paralizzato di lì a poco l’intera Inghilterra. 
E si che un'accozzaglia di drop out l'aveva messa in guardia durante il carnevale di Notting Hill.

Come sappiamo - a parte il Punk newyorchese che è un'altra storia - i primi a muoversi in terra d’Albione furono gentaglia tipo i London SS di Brian James poi con i Damned, The Chelsea, The Strand (poi Sex Pistols), The Guilford Stranglers poi abbreviati in Stranglers, gli 101’ers di Joe Strummer futuro Clash, i Bazooka Joe di Stuart Goddard successivamente Adam Ant, i Warsaw di Ian Curtis poi Joy Division, Siouxsie e i suoi Banshees che nei primi giorni della loro carriera ebbero come batterista Sid Vicious, e un altro marasma di gente sconosciuta che faceva caciara a suon di urla, sputi, e lamette: Buzzcocks, Dead Boys, London, Prefects, The Boys, Penetration, Abrasive Wheels, Vibrators, Wires, Eater, Subway Sect, Pork Duke, Rezillos e via dicendo.

Una mole di watt e sudore che qualcuno non la chiamava neppure musica, ma deiezione, pattume, ma era solo il canto del cigno della borghesia musicaleCaptain Sensible, Dave Greenfield, Topper Headon e Steve Jones erano anzi ottimi musicisti, e comunque ciò che interessava loro non era dimostrare la propria abilità, ma la loro efficienza sovversiva.

Ci riuscirono in pieno, e scombuiarono finalmente tutte le regole di un gioco che altrimenti ci avrebbe portato alla morte artistica e al dominio delle multinazionali già quarant’anni fa.
E se qualcuno sostiene ancora che il Punk è morto (e forse ha ragione) è per colpa sua. Non certamente per colpa nostra.

Christadoro: Christadoro (2017)

Massimilano Mox Cristadoro
Dal 13.1.17 in tutti i migliori negozi!!!

Non ricordo esattamente quando io e Massimiliano “Mox” Cristadoro ci siamo conosciuti : all'epoca in cui gli avevo mandato le mie congratulazioni per il suo libro “I 100 migliori dischi del Progressive Italiano”, o forse mi aveva scritto prima lui. 

Sta di fatto che quando ci siamo sentiti la prima volta per telefono l’intesa è stata immediata, anzi, sembravamo due vecchi amici da tempo. La conversazione non finiva più, e a un certo punto abbiamo dovuto darci entrambi un contegno.

Tra l'altro, in quel momento non focalizzavo bene tutto ciò che questo tentacolare DJ, critico e musicista avesse fatto nella sua vita, ma quando mi sono schiarito le idee, ho capito perché eravamo così affini. 

Massimiliano è stato roadie in molti concerti degli anni Ottanta, batterista hardcore punk, consulente dei La Crus e di Baglioni (che per inciso adora), storico conduttore di Radio RockFM, poi a Radio Lombardia, presentatore di un album di Keith Emerson nel 2008 (Keith presente), nonché apprezzatissimo scrittore.
Insomma… anche se lui mi chiama “Maestro”, non credo abbia nulla da invidiarmi. 

Eppure, proprio un mese fa, mi chiede un parere su un progetto che a suo dire sarebbe stata la cosa più bella della sua vita, ovvero un disco la cui uscita è prevista per il 13 gennaio 2017 per la AMS Records di Matthias Scheller.

Christadoro 2017 AMS Records
Il titolo? “Christadoro”: sette covers d’autore eseguite da un quintetto assemblato dallo stesso Mox, con ospiti roboanti quali Pilli Cossa del Biglietto per L’Inferno, Renato “Garbo” Abate, il violoncellista elvetico Zeno Gabaglio, e nientemeno che Franco Mussida, da poco congedatosi dalla PFM e che per l'occasione interpreta un suo esclusivo brano inedito

Premesse allettanti dunque, ma non solo: l’autorevole tracklist: è, dicevamo, una sequenza di sette gioielli della canzone d’autore italiana, ma scelti non tanto per la solita voglia di fare cassetta, quanto con una consapevolezza degna di uno storico del rock. 

christadoro 2017 AMS RecordsSi parte con L’Operaio Gerolamo di Lucio Dalla, Il Sosia di Gaber e L’Ultimo Spettacolo di Vecchioni. Si procede con Figli di.. dei Decibel, la splendida Lo Stambecco Ferito di Venditti, e a cavallo del conturbante inedito di Mussida, una sconvolgente versione di Solo di Claudio Baglioni e L’Ombra della Luce di Franco Battiato che chiude l'intero lavoro. 
In altri termini, non credo si potrebbe pretendere di meglio. 

Ma veniamo all’aspetto tecnico e musicale
La qualità e l’energia delle registrazioni effettuate al Saman Studio di Milano è restituita in maniera talmente avvolgente che sembra quasi di essere al cospetto degli stessi musicisti. Per l’inciso: Andrea “Mitzi” Dal Santo alla voce, Fabio Zuffanti (basso), Paolo “Ske” Botta (tastiere), Pier Panzeri (chitarre) e naturalmente Mox alla batteria. Il resto è rock puro al top della sua raffinatezza.

Quanto basta insomma per segnarvi sulla vostra agenda la data del 13 gennaio 2017, e quella dello showcase di presentazione che invece si terrà il 31 marzo al Legend Club di Milano.  Va da sé che io ci sarò.

Vi sembra sia stato troppo magnanimo? No, perche? Ma se volete che sia critico non c’è problema. Solo ad esempio, richiede più ascolti perché destabilizza tal punto la versione originale del 77 che potrebbe lasciare inizialmente spiazzati. 
Il brano di Mussida poi, suona quasi etereo rispetto all’impostazione hard dell’album, ma in fondo se i King Crimson non sono stati un’opinione, allora ci sta alla grande

Altro non si può più dire. Non resta che ascoltare.